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Il primo attacco aereo della presidenza Biden è avvenuto nella notte tra giovedì e venerdì, poco prima dell’alba, al confine tra Siria e Iraq, tra Albukamal e Al Qaim. In territorio siriano, nel suo profondo est, i caccia americani hanno colpito – fa sapere il portavoce del Pentagono John Kirby – una postazione di frontiera controllata dalle milizie irachene filo-iraniane Kataib Hezbollah e Kataib Sayyid al-Shuhada.

Entrambe sono parte delle Pmu, le unità di mobilitazione popolare, gruppi armati sciiti iracheni legati a Teheran diventati noti per il ruolo giocato sia nell’Iraq occidentale che nella stessa Siria nella sconfitta del progetto statale dell’Isis (le Kataib Hezbollah, potentissime a Baghdad, si erano conquistate le prime pagine dei giornali occidentali per l’uccisione del loro segretario generale, Abu Mahdi al Muhandis, nello stesso raid Usa che il 3 gennaio 2020 uccise il generale iraniano Suleimani).

L’attacco aereo avrebbe ucciso 22 miliziani, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione basata a Londra e opposizione al governo di Bashar Assad. I raid, aggiunge l’Osservatorio, avrebbero distrutto anche alcuni camion con a bordo munizioni.

L’operazione è stata ordinata da Biden, dice il segretario alla Difesa Usa Lloyd Austin, come risposta al lancio di missili contro postazioni americane avvenuti di recente in Iraq: il 15 febbraio contro la base aerea Balad a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, in cui ha perso la vita un contractor filippino e altri sono rimasti feriti (tra loro un soldato americano); e più di recente contro l’ambasciata statunitense a Baghdad in Zona Verde.

Per Washington la responsabilità ricade sulle milizie sciite irachene, che hanno invece negato un coinvolgimento (giovedì il presidente curdo-iracheno Barzani ha detto di aver identificato i colpevoli ma non ha fatto nomi). In ogni caso l’attacco non è avvenuto in Iraq – che tra una settimana ospiterà papa Francesco – ma in territorio siriano, un elemento da tener presente: alla vigilia del raid Biden ha alzato il telefono e chiamato il primo leader arabo da quando è nello Studio ovale, il premier iracheno Mustafa al-Kadhimi, per avvertirlo. Baghdad – nonostante le Pmu premino per il ritiro definitivo dei 2.500 soldati americani nel paese – resta un alleato a cui non provocare troppi imbarazzi, un paese amico su cui Washington fa pesare la sua influenza e la sua agenda. Damasco no.

Sullo stesso filone interpretativo corre la giustificazione della Casa bianca per il primo atto concreto di politica estera dell’amministrazione democratica: i bombardamenti, ha detto Kirby, hanno «l’obiettivo di far calare la tensione sia nella Siria dell’est che in Iraq».

Bombe per la pace, nulla di nuovo sotto il sole, ma che stridono con i tentativi diplomatici in corso da settimane con Teheran per ritornare tutti insieme al tavolo del negoziato intorno all’accordo sul nucleare, ripudiato dal predecessore a colpi di sanzioni.

Perché è Teheran, ovviamente, il vero destinatario del messaggio aereo: se la Repubblica islamica ha negato un coinvolgimento nel lancio di missili, ne è comunque considerata la responsabile politica. Le bombe servono a ricordargli come sedersi al tavolo del dialogo (come ricordano a israeliani e sauditi da che parte sta l’amministrazione Usa, nonostante aperture all’Iran e bacchettate a Riyadh per l’omicidio del giornalista saudita Khashoggi, di certo al centro del colloquio di Biden con re Salman insieme – presumibilmente – all’attacco in Siria). E gli ricordano che, dialogo o no, Washington non intende subire pressioni militari nella gestione dei suoi interessi mediorientali.

Non sono mancate reazioni. Se sui social cittadini arabi dei vari paesi della regione hanno deriso «il nuovo corso» identico a quello di sempre e se vari analisti parlano di violazione del diritto internazionale perché manca l’elemento indispensabile della difesa da una minaccia imminente, a protestare è la Russia che lamenta – tra le altre cose – di essere stata avvertita solo pochi minuti prima del raid: «Abbiamo sentito diverse informazioni da diverse fonti – ha detto ieri il ministro degli esteri Lavrov – Vogliamo chiedere direttamente agli Stati uniti se stanno prendendo la decisione di non lasciare più la Siria, anche al punto di distruggere il paese».

Protesta anche la Cina che chiede «il rispetto della sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale della Siria». E ovviamente protesta Damasco: l’attacco, dice una nota del governo, «condurrà a conseguenze che possono produrre un’escalation», «un indice negativo delle politiche della nuova amministrazione che dovrebbe aderire alla legalità internazionale, non alla legge della giungla come la precedente».

A Teheran la reazione ufficiale è di condanna, come da copione. Ma dietro le quinte, riporta Middle East Eye, le milizie irachene filo-iraniane sono pronte a chiudere un occhio: nessuna reazione al raid, come ordinato dall’Iran.

fonte il manifesto

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