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Stallo politico ed economia al tracollo: è questa l’attuale situazione del Libano che negli ultimi due anni ha visto erodere il potere d’acquisto dei cittadini, mentre i partiti politici non sono riusciti a trovare una soluzione per risalire la china. Con un Pil stimato per il 2021 a 22,3 miliardi di euro a prezzi correnti, rispetto agli 89 miliardi del 2020, un debito pubblico al 194,5 per cento del Pil e un Pil pro capite stimato di appena 3,86 dollari nel 2021, rispetto ai 14,65 dollari del 2020, la cosiddetta Svizzera del Medio Oriente si trova in una situazione disperata. Alcuni analisti hanno spiegato ad “Agenzia Nova” che serve un ampio piano di ristrutturazione dell’intero sistema per evitare il caos totale in Libano, che sta attraversando uno dei momenti più complicati della sua storia recente.

Il declino dell’economia libanese è iniziato ufficialmente a ottobre del 2019, con le proteste popolari scaturite sia per l’imposizione di una tassa sui servizi VoIP che per la decisione delle banche di razionare l’accesso alla valuta forte generando così una corsa agli sportelli a cui è seguita la sospensione del prelievo sui depositi, diminuiti drasticamente nei mesi successivi. A marzo 2020, poi, per la prima volta nella sua storia recente, il Paese dei cedri ha dichiarato un default. All’origine del dissesto finanziario del sistema libanese vi è stata la decennale politica della Banca centrale (Banque du Liban) che per finanziare il deficit di bilancio del Paese ha venduto alle banche locali il debito pubblico, in cambio di depositi in valuta estera presso la Banca centrale a cui venivano garantiti elevati rendimenti. Poco meno di due anni fa, questo il sistema finanziario ha mostrato i suoi limiti che hanno spinto il governo a imporre misure di controllo sui movimenti di capitale e il divieto di accesso ai depositi in valuta estera. Parallelamente, sul piano politico la perenne difficoltà a formare l’esecutivo e, quindi, a presentare un piano di riforme necessarie per attrarre investitori e risollevare le sorti del Paese hanno peggiorato la situazione. Inoltre, in una spirale negativa, il 4 agosto 2020 l’esplosione nel porto di Beirut ha portato alle dimissioni il governo di Hassan Diab, che aveva visto la luce all’inizio dello stesso anno. L’assenza di un governo effettivo e in carica per gli affari correnti non ha fatto altro che peggiorare la situazione economica del Paese. Inoltre, il premier designato Saad Hariri, che il 22 ottobre scorso, ha ricevuto l’incarico di formare il governo dal capo dello Stato, Michel Aoun, dopo ben cinque mesi e 18 incontri non è riuscito a formare l’esecutivo.

L’ultimo incontro avvenuto il 22 marzo si è concluso con un nuovo scontro tra Aoun e Hariri. Al termine della riunione, il presidente ha precisato che il documento inviato al premier designato Hariri, e che questo ha affermato ieri di aver rifiutato perché comprendente un “terzo di blocco” (il terzo più uno dei ministri che garantisce il diritto di veto sul governo) per il gruppo politico aounista, era soltanto un documento relativo alla “metodologia” per la formazione dell’esecutivo. Nel documento “non ci sono nomi tali che esso contenga un terzo di blocco, è soltanto un meccanismo per la formazione” dell’esecutivo, prosegue la nota. Nella nomina del governo il capo dello Stato, prosegue il comunicato, non si limita unicamente a siglare il decreto di formazione, ma ha il diritto di essere “un partner nel processo di formazione”. Hariri ha accusato pubblicamente Aoun di avergli presentato un documento comprendente i nomi dei “suoi” ministri, chiedendogli di aggiungere i rimanenti.

Lo stallo politico, quindi, aggrava la situazione economica. “Il Libano sta vivendo sicuramente uno dei momenti più complicati della sua pur travagliata storia recente a livello economico, finanziario, politico e sociale”, ha dichiarato ad “Agenzia Nova” il direttore dell’Agenzia Ice a Beirut, Claudio Pasqualucci. Alla crisi pandemica, con i suoi duri effetti, “si sommano la disastrosa situazione finanziaria conseguente alla dichiarazione di default ammessa a fine 2019 e, non in ultimo, l’impatto della devastante esplosione nel porto di Beirut lo scorso agosto che, ad oggi, non consente la ripresa di moltissimi esercizi commerciali ed industriali”, ha chiarito Pasqualucci, secondo cui “anche in conseguenza di tutto ciò, permane l’impasse politico e la forte protesta sociale”. Il direttore di Agenzia Ice a Beirut ha elencato le principali “criticità”, tra cui “spiccano quello dell’approvvigionamento energetico e della disoccupazione, che sembra aver raggiunto il 25 per cento della popolazione attiva”. Inoltre, ha proseguito Pasqualucci, “la bilancia dei pagamenti nel 2020 ha mostrato un trend decisamente negativo, sfiorando un deficit di quasi 12.000 milioni di euro, un valore doppio rispetto a quanto non si fosse registrato l’anno precedente”. Dati negativi anche per l’inflazione, che “viaggia a ritmo purtroppo molto sostenuto”.

In questo contesto, l’ufficio Ice di Beirut, che opera in strettissimo raccordo con l’ambasciata d’Italia, “sostiene le aziende italiane che al momento hanno difficoltà a recuperare i propri crediti, tentando di favorire una difficile mediazione con le aziende locali e, al contempo, cerca di sviluppare alcune azioni economiche commerciali che , pur in questo scenario complesso, sembrano trovare riscontro nel dinamico settore privato, grazie anche agli aiuti della diaspora libanese nel mondo che ha strutturato alcuni fondi di investimento a ciò dedicati”, ha proseguito Pasqualucci. Il riferimento è “allo sviluppo delle attività dedicate al settore del restauro e della ricostruzione, allo sviluppo di scambi di tecnologia per favorire la ripresa di alcuni comparti dell’industria manifatturiera locale, quali ad esempio l’agroindustriale”, oltre ad alcuni interventi di promozione del made in Italy in determinati comparti, come la nutraceutica, che vedrà a fine mese circa 20 imprese italiane protagoniste di un workshop e di una sessione di B2B virtuali attraverso la piattaforma Ice fiera smart 365, ha proseguito Pasqualucci. Infine, d’intesa con l’ambasciata d’Italia “abbiamo presentato un ventaglio di ulteriori interventi che auspicabilmente potranno essere messi in atto non appena la situazione descritta potrà vedere un miglioramento”, ha concluso il responsabile dell’Ice in Libano.

La “crisi economica, sociale, sanitaria ed economica attuale non è comparabile alla situazione del 1975” che ha portato allo scoppio della guerra civile, ha spiegato ad “Agenzia Nova” Fouad Zmokhol, preside della facoltà di gestione e management dell’università Saint-Joseph a Beirut e presidente dell’associazione dei dirigenti e capi d’impresa libanesi nel mondo (Rassemblement de Dirigeants et Chefs d’Entreprises Libanais au Monde -Rcdl World). Oggi, infatti, “l’80 per cento dei beni sono importati e si tratta di beni di prima necessità”, ha affermato. In passato, “il valore del cambio era stabile, grazie alla Banca centrale”, ma le “fluttuazioni della moneta hanno portato la Banca centrale a mettere soldi nel mercato per stabilizzarlo, ma a un caro prezzo perché il Libano non stampa dollari, dovendo ricorrere ai prestiti”, ha spiegato. Adesso, tuttavia “sono andate perse le fonti di valuta estera” perché “gli espatriati non inviano più soldi attraverso i canali ufficiali”, “gli aiuti internazionali possono arrivare solo a patto di riforme”, ha chiarito. Inoltre, il settore industriale genera ricchezza per il 10-15 per cento, mentre il resto della valuta estera proviene dal turismo.

Oggi, a fronte di un tasso di cambio ufficiale applicato alle importazioni di beni essenziali pari a 1.507 lire per un dollaro, un cambio bancario di 3.900 lire per un dollaro, sul mercato nero la valuta locale è scambiata a quasi 15 mila a uno. Il docente dell’università Saint-Joseph ha spiegato che sulla svalutazione della moneta locale pesa anche il Caesar Act, ovvero il piano di sanzioni imposto a giugno 2020 dagli Stati Uniti su alcune personalità siriane. Sul mercato nero, infatti, vi è un’eccessiva domanda di valuta estera che deprezza la moneta locale. Infine, “ci sono ingerenze interne e regionali che cercano di fare del male al Paese”, perché, dopo una lenta svalutazione, “il crollo è avvenuto da un giorno all’altro”, secondo Zmokhol. Oggi, “abbiamo bisogno di un governo per avere la fiducia degli investitori”, secondo l’esperto. “L’obiettivo è negoziare con i creditori interni ed esterni (eurobond, obbligazioni), con il Fondo monetario” e avviare un piano “di ristrutturazione ampio, abbinato alla volontà di applicarlo”. In alternativa, vi sarà il “caos totale”, secondo il docente che ha escluso lo scenario apocalittico di una guerra, sebbene il “90 per cento dei depositi dei libanesi siano andati persi”.

La soluzione, secondo Zmokhol, è che la comunità internazionale “imponga sanzioni” contro i responsabili della situazione attuale, ma fornisca assistenza umanitaria per evitare il caos. La classe politica libanese “ha capito che la comunità internazionale non dà più soldi. Tutta la classe politica è responsabile”, ha proseguito. Pertanto, “l’unico modo di restare al potere (per l’attuale classe politica) è mantenere il caos, non consentire nessun audit, e non andare al voto”, secondo il docente, che ricorda come il denaro dei politici sia all’estero, quindi “non sono minimamente toccati dalla crisi”. Il Libano, ha concluso Zmokhol, “è ostaggio dell’accordo tra i partiti e delle tensioni regionali”, pertanto lo spiraglio di luce viene da eventuali sanzioni della comunità internazionale.

La classe media si è notevolmente impoverita, hanno spiegato ad “Agenzia Nova” fonti informate, secondo cui oggi il cambiamento deve nascere dai libanesi, perché dall’estero non arrivano più i fondi del passato. Uno dei punti da cui il Libano potrebbe ripartire è lo sviluppo del porto di Tripoli, in vista della conclusione del conflitto in Siria. Oggi, infatti, il porto di Beirut è in parte distrutto dopo l’esplosione di agosto e, in ogni caso, la posizione nel centro della città non lo rende perfettamente funzionale, come, invece, potrebbe avvenire per lo scalo portuale situato nel nord del Paese. Altre fonti hanno evidenziato a “Nova” la “necessità di cambiare tutto, di cambiare le leggi, di reinvestire nei settori dell’agricoltura, dell’industria e del turismo”. Il Paese, porta d’accesso verso l’Oriente per l’Occidente, “conta” sul ruolo che può avere l’Italia in questo momento, ha aggiunto la fonte ben informata. Infine, il Libano “spera che venga risolta la situazione della presenza di oltre 2 milioni di rifugiati”, alcuni dei quali arrivati nel Paese dopo lo scoppio della crisi in Siria.

fonte nova.news

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