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Oggi meta di vacanze, ieri unico rifugio in Europa. Una storia d’amore e di guerra. Una vicenda unica in Europa. Un legame forte che neppure i nazisti riuscirono a scalfire. Gli ebrei e la Bulgaria: un destino che viene portato a esempio quando si parla di Olocausto.

Burgas era una delle cittadine più di moda. Perché era piccola, come un shtetl (il villaggio ebraico dell’Europa Orientale), ma sul mare. Perché aveva una sinagoga preziosa, progettata dall’architetto italiano Riccardo Toscani che si era ispirato al tempio di Firenze, con quegli elementi neobarocchi e neoclassici che ne facevano un edificio di sapore mediterraneo. Fuori posto? Non per i gusti del tempo, e per una comunità fiorente che aveva commissionato la costruzione del proprio luogo di culto a quell’italiano che aveva scelto di vivere a Burgas, incantato dalla bellezza della natura.Toscani non visse fino alla guerra, all’alleanza della Bulgaria con la Germania nazista. Morì prima e gli fu risparmiato un periodo di drammi (il Parlamento di Sofia arrivò a votare nel 1941 una legge antisemita) e anche di coraggio.

Durante l’occupazione nazista la Bulgaria riuscì ad impedire – insieme a Danimarca e Finlandia – la deportazione della popolazione ebraica. Diventata più stretta l’alleanza con la Germania, alla Bulgaria fu dato l’ordine di organizzare la deportazione degli ebrei. Sebbene i piani siano stati parzialmente eseguiti, a causa delle pressioni politiche, la maggior parte degli ebrei della Bulgaria è stata salvata dai campi di concentramento nazisti. Questo atto di disobbedienza ha fatto nascere il dibattito su quale fosse la forza più significativa nel salvataggio degli ebrei della Bulgaria.

Verso la fine degli anni ’30, la Bulgaria era sotto una crescente pressione da parte dei nazisti. Lo Stato bulgaro – partner commerciale della Germania, che le vendeva armi – dovette decidere se cooperare con Hitler o essere invaso dalle sue armate (Crampton 1994, 128). Fu firmato un accordo che permise ai nazisti il passaggio militare verso Grecia e Jugoslavia in cambio dell’annessione bulgara dei territori perduti in Macedonia e Tracia occidentale (Crampton 2007, 258). Questo accordo comportava che la Bulgaria avrebbe dovuto seguire le politiche economiche, estere e interne naziste (Okey 1986, 182).

A poco a poco, la Bulgaria divenne ‘irrevocabilmente legata’ alla Germania e fu costretta ad adottare una politica antisemita (Chary, 2011, 94). Si iniziò nel 1940 con la ‘legge per la difesa della Nazione’, che privò gli ebrei dei diritti civili e permise l’acquisizione di proprietà e aziende ebraiche. Questa politica fu formalizzata nel 1943 con la creazione del Commissariato degli affari ebraici. I nazisti inviarono Theodor Dannecker, un funzionario del Sicherheitsdienst (servizio di intelligence nazista), ad attuare la deportazione degli ebrei. Furono espulsi 12.000 ebrei che vivevano al di fuori dei confini controllati dalla Bulgaria, nella Tracia e Macedonia appena occupate, espulsione tragicamente portata a termine nel marzo 1943.

Nel giro di pochi giorni, al migliaio di ebrei residenti nella città di Kyustendil, non lontana da Sofia, fu ordinato di raccogliere i propri effetti personali. Alle famiglie fu ordinato di lasciare le case e di prepararsi al viaggio in treno verso i campi dell’Europa occidentale. Tuttavia il piano fu accolto con disgusto dalla Bulgaria, e molti esponenti politici e del clero fecero immediatamente pressione per annullare i viaggi della morte (Hakov 1998, 126).

Come sottolineato da Michael Bar-Zohar, i metropoliti ortodossi, soprattutto Stefan di Sofia, organizzarono tempestivamente delle petizioni di protesta per cementare l’opposizione della società civile ai piani di deportazione (Bar-Zohar, 1998, IX).

Nel 1970 Haim Oliver ha sottolineato il ruolo dei comunisti bulgari, sostenendo che il partito comunista – attraverso trasmissioni radio e la distribuzione di opuscoli – si oppose a gran voce alle deportazioni (Oliver 1978, 108).

Dimitar Peshev, Vice Presidente dell’Assemblea Nazionale, fece pressioni per fermare le deportazioni e propose una petizione di opposizione firmata da numerosi colleghi politici. Come sottolineato da Frederick Chary, quella di Peshev fu la prima mossa politica a sfidare la politica nazista (Chary, 2011, 198), che spinse Re Boris ad annullare la deportazione nell’aprile 1943. Soltanto il ‘potere supremo’ in Bulgaria, cioè re Boris, avrebbe potuto definitivamente opporsi alle politiche naziste (Todorov e Denner 2001, 19). Boris fu convocato in Germania e orgogliosamente dichiarò ad Hitler che la Bulgaria non avrebbe deportato i propri ebrei e si rifiutò di dichiarare guerra all’Unione Sovietica. Hitler era indignato, ma re Boris fu irremovibile. Per placare l’ira dei nazisti, promise loro che gli ebrei sarebbero stati internati in campi di lavoro in Bulgaria.

Re Boris morì qualche settimana più tardi, nell’agosto del 1943, in circostanze sospette (apparentemente per un’insufficienza cardiaca). Tuttavia, gli alleati avevano cominciato a prendere il sopravvento e gli ebrei della Bulgaria non furono mai deportati.

Nei decenni successivi, storici e politici hanno cercato di comprendere quale sia stata la forza predominante nel salvataggio degli ebrei della Bulgaria. Il partito comunista ha affermato che i comunisti si erano “battuti eroicamente” contro le direttive naziste, salvando così la popolazione ebraica. Altri hanno sostenuto che l’intera popolazione bulgara fu da considerare come la forza più influente, perché protestò attivamente attraverso il lancio di appelli, la diffusione di volantini e lettere, dichiarazioni a mezzo stampa. Non è però da ignorare anche il ruolo che ebbe la Chiesa ortodossa, la cui opposizione attiva alla legislazione antisemita fu anch’essa portata avanti attraverso petizioni e proteste

di James Lilford

Su gentile concessione di History to the public

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