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Rigoni cresce in Bulgaria e inaugura una nuova camera frigo da 1.200 tonnellate di frutta biologica surgelata. Il totale degli investimenti agricoli e industriali del Gruppo Rigoni di Asiago (120 milioni di euro di fatturato previsti nel 2017) nel Paese balcanico ha superato così i 27 milioni di euro. Una scelta strategica, quella di iniziare lì la produzione di frutta bio per marmellate e succhi che poi verrà lavorata nello stabilimento italiano di Foza, nell'altopiano di Asiago. In Bulgaria il processo di transizione all'economia di mercato, che ha avuto inizio dopo la caduta del regime comunista nel 1989, ha sistematicamente trascurato l'agricoltura. I terreni agricoli oggi rappresentano circa 6,2 milioni di ettari, per una percentuale del 55% della superficie del paese, con 4,3 milioni di ettari di seminativi e 1,7 di prativi permanenti. La penuria di infrastrutture, inoltre, ha finito col mantenere inalterato e incontaminato il verde. Il nuovo programma economico che ha fatto seguito alla penuria di cereali e al tracollo del settore bancario del 1996 ha influenzato anche la politica agricola: dalla metà del 1997 quest'ultima persegue la creazione di un regime agricolo competitivo e fortemente orientato all'esportazione.

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Una tassazione alle imprese del 10% e il basso costo della mano d'opera, infine, ne fanno un luogo ideale. Soprattutto per le coltivazioni bio: i terreni abbandonati per oltre 30 anni sono infatti ormai privi delle sostanze chimiche pesantemente utilizzate in passato. Tanto che il Governo Bulgaro ha avviato un programma di sostegno “Agricoltura biologica” (misura 11) per il periodo 2014-2020 che prevede due sottomisure per finanziare le coltivazioni biologiche. E il numero dei produttori bio in Bulgaria registra una crescita significativa: dagli 820 nel 2010 sono diventati 6.173 nel 2015. Nello stesso periodo c'è stata una crescita del 50% anche nel settore della trasformazione dei prodotti bio. Così come per i terreni coltivati ad agricoltura biologica, che sono aumentati dall'1,1% nel 2013 al 2,4% nel 2015 (secondo i dati presentati durante la tavola rotonda, organizzata da Bulgarian Industrial Association e la fondazione “FAEL” - “Produzione e marketing dei prodotti biologici in Bulgaria”).
Rigoni di Asiago è presente in Bulgaria già dal 1993. “Abbiamo iniziato – racconta Andrea Rigoni, amministratore delegato dell'azienda – alla ricerca di miele, che in Italia iniziava a scarseggiare. Solo in un secondo momento abbiamo pensato alla possibilità di creare marmellate, dapprima con i frutti spontanei che crescevano copiosi negli abbondanti boschi e poi con coltivazioni nostre”

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Rigoni nel corso degli anni ha così consolidato e sviluppato la sua posizione nel Paese, investendo e costituendo diverse società nel settore agroalimentare: Ecoterra, Biofruta e Biotop che si occupano della produzione e della commercializzazione di frutta biologica e svolgono le loro attività su 1.400 ettari, in parte situati nella provincia di Montana, Berkovitsa, nei pressi del confine con la Serbia, e parte nella zona di Pazardzhik, centro agricolo tra Sofia e Plovdiv. Qui i terreni sono coltivati con fragole, more, lamponi, ribes e uva spina, mentre i frutteti producono mele, prugne, ciliegie, amarene, albicocche e noccioli.
A Pazardzhik, dal settembre del 2004, è in funzione uno stabilimento per la prima lavorazione e surgelazione dei prodotti, che sorge su un'area di oltre 12mila mq di cui 7mila coperti. Nel 2010 è stato effettuato un ulteriore investimento di circa 4 milioni di euro, che ha portato la capacità produttiva ad oltre 3mila tonnellate annue di frutta surgelata. Altri investimenti in macchine ottiche, laser, metal detector hanno aumentato la qualità della produzione e la capacità produttiva.
Nel 2017 quest'ultima supera ormai le 4mila tonnellate per la produzione di frutta surgelata intera, succo, polpa e purea. E sono appena terminati i lavori per la realizzazione di altri 1.600mq di stabilimento con la realizzazione, appunto, dell'ultima camera frigo a -22 gradi (la numero 8) per una capacità di conservazione frutta surgelata di 1.200 tonnellate che porta la capacità di conservazione dello stabilimento a 2.600 tonnellate totali.
Attualmente le società bulgare realizzano quindi il ciclo completo della produzione agricola dalla messa in vivaio delle piante, alla coltivazione delle piantagioni fino alla surgelazione dei prodotti raccolti
Le numerose varietà di frutta coltivate in pieno campo, scelte per le loro qualità organolettiche e nutritive, raccolte al grado ottimale di maturazione e surgelate nell'arco di qualche ora dalla raccolta, sono destinate a diventare l'ingrediente principale della confettura Fiordifrutta. Le società bulgare impiegano 80 persone fisse e diverse centinaia di operai agricoli stagionali, con punte di 800 nei periodi di raccolta da maggio ad ottobre. “Non pensiamo al momento – conclude Rigoni – a ulteriori sviluppi, ma a un consolidamento dei risultati. Anche perché nel Paese vi è carenza di mano d'opera”. Il problema riguarda soprattutto la campagna, dove non è infrequente il lavoro non in regola: molti preferiscono dichiararsi disoccupati, usufruendo del sussidio statale, per poi andare a lavorare in nero presso aziende locali. “Da noi, invece, lavorano regolarmente e da diversi anni molte donne rom, che in Bulgaria sono stanziali ma emarginate. E' un progetto sociale, oltre che imprenditoriale”. L'impiego di lavoratrici rifiutate da altre imprese, infatti, è per Rigoni anche una missione di integrazione. “Le nostre lavoratrici rom hanno un impiego stabile, una paga giornaliera nella media nazionale, oltre a contributi, assicurazione e assistenza sanitaria. Per questo molte lavoratrici sono con noi da oltre dieci anni. La nostra filosofia aziendale è di garantire il rispetto non solo dell'ambiente, ma anche di chi ci lavora. E' difficile, ma è l'unico sistema che ripaga a lungo termine anche l'azienda: quando trattati con rispetto i terreni producono frutti migliori e i lavoratori si fidelizzano”.

Fonte:Sole 24 ore

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I bulgari  di età tra i 15 ed i 24 anni sono i più frequenti consumatori di droghe in Bulgaria. Lo mostrano i dati di una relazione del Centro europeo di osservazione delle droghe e delle tossicodipendenze che è stata presentata oggi. In Bulgaria la più spesso utilizzata è la marijuana (l’8,3 per cento) tenendo presente che i ragazzi e gli uomini giovani ne fanno uso due volte più spesso rispetto alle ragazze.  L’extasy viene utilizzato dal 2,9% dei giovani bulgari tra i 15 ed i 34 anni, l’ amfetamina dall’1,3% e la cocaina dallo 0,3%. 

La maggior parte dei bulgari che vengono curati da tossicodipendenze (3423 persone) riguarda i consumatori di eroina – il 73%. Nel 2015 la Bulgaria ha stanziato un budget di 2 milioni di lev per la lotta contro le tossicodipendenze.

I casi di overdose in Bulgaria hanno avuto il loro picco nel 2008 (oltre il 70%), dopodichè è stato registrato un periodo di continuo calo e poi di nuovo un aumento fino a 17 casi. Nella maggior parte dei casi le autorità confiscano marijuana, eroina, amphetamine, metamfetamine e hashish. Nel 2015 le Corti bulgare hanno esaminato 4195 casi legati alle droghe.

Facendo riferimento alla statistica, in Bulgaria l’utilizzo di cannabis ed extasy è in costante crescita, ma tuttavia diminuisce l’interesse verso la cocaina e le amphetamine. I bulgari consumano molto più spesso sigarette, alcol e droghe (quelle tradizionali e “nuove”) rispetto agli altri Paesi europei. 

In Europa, però, si utilizzano quantità più elevate di sedativi acquistati senza prescrizione medica.
La relazione afferma che in Bulgaria sta crescendo continuamente il numero delle persone affette da diverse malattie a causa dell’utilizzo di droghe per via endovenosa. I dati mostrano che uno su ogni dieci bulgari, infetti da HIV, ha utilizzato droghe per via endovenosa.

I bulgari di età compresa tra 30-35 anni che muoiono a causa del consumo di droga sono due volte più numerosi rispetto al resto dell'UE. L’88% delle vittime di abuso di droghe in Bulgaria sono uomini. Dal 2008 viene registrato un calo costante nel numero dei decessi causati dall’abuso di droghe.

Nella relazione è scritto che in Bulgaria c’è bisogno di adattare i programmi dell’istruzione secondaria al problema  droga e quindi dovrebbero essere intraprese campagne per la lotta contro l’uso di oppiacei. Si consiglia di ampliare i programmi di sport e turismo giovanile e di cercare di includere i giovani dipendenti.

Fonte: Radio Vox

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Centinaia di civili in abiti militari si mimetizzano nelle foreste della Bulgaria per impedire ingressi illegali dalla Turchia: sono i guardiani del confine. Dopo la barriera di filo spinato e cemento costruito nel 2013, alle autorità di frontiera e agli agenti di Frontex, si sono aggiunti quindi i volontari dell’Unione Militare dei Veterani Bulgari “Vasil Levski” e il movimento nazionale “Shipka”. Si muovono silenziosamente, sono ben allenati, comunicano con walkie talkie e richiami per uccelli nella fitta vegetazione della montagna Strandja, in un fazzoletto di terra sospeso tra Est e Ovest, davanti al Mar Nero. Al loro comando c’è Vladimir Ruscev, ex ufficiale dell’esercito bulgaro in pensione. Il suo movimento ha 800 volontari effettivi e migliaia di sostenitori. Da quattro anni si autofinanziano e a turno con gruppi di 30-40 persone, pattugliano parte dei 230 km di confine con la Turchia.

Identikit del volontario

Nelle loro fila ci sono veterani, studenti, muratori. Possono contare anche su alcune donne, un fioraio, il capo istruttore militare che d’estate fa il bagnino. L’avvocato Lachezar e Kemal, un panettiere di fede musulmana. Poi tanti altri che non vogliono assolutamente rivelare luogo di provenienza, nome e professione. Per questo quasi tutti indossano un passamontagna: affermano che l’Isis ha messo una taglia sulle loro teste. E temono anche il governo nazionale, che finora non ha preso alcun provvedimento contro di loro, ma nell’immaginario collettivo rappresenta comunque il covo di corruzione, complotti e ingerenze straniere. Oltre che uno dei vari responsabili del declino del sogno europeo, dopo 10 anni dall’ingresso nell’Ue caratterizzati da povertà e disoccupazione. I volontari ci tengono a prendere le distanze dai gruppi di estrema destra, si considerano dei partigiani. Non vogliono essere etichettati come cacciatori di migranti, dicono di voler difendere solo la frontiera dove la mafia gestisce traffico di esseri umani, droga e armi. In realtà vogliono bloccare chiunque si trovi nelle foreste, in nome del Codice criminale che vieta l’ingresso in Bulgaria “al di fuori delle aree designate”. Molte organizzazioni non governative dichiarano che il loro movimento si muove ai margini della legalità, poiché girano mascherati, armati di coltelli e di altri oggetti contundenti. Finora le segnalazioni di violenze subite da rifugiati sono state imputate alle autorità di frontiera, e anche ad Harmanli, il campo profughi che ospita circa 3000 rifugiati, nessuno ha mai denunciato soprusi da parte degli incappucciati nelle foreste. “Quando li troviamo chiamiamo la polizia. Difendere il Paese deve essere un dovere – dichiara il Comandante Vladimir Ruscev citando l’art. 59 della Costituzione – e una questione di onore per ogni cittadino bulgaro”.

Ai margini dell’Europa

Un movimento eterogeneo che sfugge alle definizioni e che risulta composito, ibrido e liminale. Borderline, appunto. Come la cultura identitaria bulgara, definita negli studi di Jordan Ljuckanov, dell’Institute of Literature, Bulgarian Academy of Sciences. Non solo un dualismo Est-Ovest, Europa-Oriente. Ma un confine invisibile che per i patriottici bulgari rappresenta l’ultimo bastione da difendere contro l’islamizzazione della Bulgaria e dell’Europa. Paure e risentimenti che affondano le proprie radici nei 500 anni di dominazione ottomana e in quasi 50 di dittatura sovietica.

Non è un caso che il nome dei due movimenti si intitoli a “Vasil Levski” e “Shipka”. Levksi è un eroe nazionale e un rivoluzionario amato da tutti i bulgari, conosciuto come l’apostolo della libertà. Venne impiccato a Sofia dagli Ottomani nel 1873. “Shipka” richiama invece la città simbolo della vittoria bulgaro-russa sugli Ottomani. La storia è un cerchio nei Balcani, dove le problematiche odierne si mischiano agli eventi del passato, spesso appropriandosi del presente. A Yasna Polyana e nei pressi del camping Nestinarka, di fronte al Mar Nero, si alternano le ricerche nelle foreste e gli allenamenti.

La paura dell’invasione

“Questo è il luogo in cui ogni giorno entrano migliaia di migranti economici – afferma Vladimir Rusev -. Non sono rifugiati che scappano dalla guerra in Siria, ma islamici radicalizzati tra i quali si nascondono anche i combattenti dell’Isis”. Gli fa eco un 31enne di Burgas: “Ho deciso di unirmi a loro perché il governo non vuole proteggerci. Nessuno ci difenderà e
quindi lo facciamo da soli. Si tratta di un’invasione pianificata. Quelli che attraversano illegalmente il confine sono dei soldati, non semplici migranti”. Negli ultimi anni circa 800 mila richiedenti asilo sono passati per la Bulgaria per arrivare nel cuore dell’Europa, 13.000 sono ancora lì.

Oggetti personali e vestiti trovati nelle foreste vengono rimossi dai volontari, per pulire l’ambiente, ma anche per non lasciare tracce da seguire a chi passerà di lì in futuro. Nell’incognita di un confine diviso tra accoglienza e respingimento, umanità e propaganda. Il primo ostacolo da varcare per chi spera di mettersi in salvo nella “fortezza Europa”.

fonte:radiovox.bg

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