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Samos, Grecia - Le baracche dei migranti sovrastano Vathy. Centinaia di tende colorate padroneggiano la baia spingendosi sempre più a ridosso alla cittadina greca. Nella "giungla" dei migranti, il formicaio costruito intorno all'hotspot dell'isola di Samos, migliaia di immigrati vivono ammassati tra i ratti. È questo il vero simbolo della nuova crisi che sta per invadere l'Europa, di nuovo vittima del ricatto della Turchia.

Il presidente turco nei giorni scorsi ha avvertito Bruxelles: le frontiere con Grecia e Bulgaria saranno riaperte a breve se l'accordo non sarà rinegoziato. Intanto il cordone che per anni ha tenuto chiusi i confini comicia a sgretolarsi. Da Istanbul il flusso è rincominciato, come un avvertimento. Quest'anno nelle isole greche sono approdati oltre 36mila migranti, contro i 32mila del 2018. Negli hotspot di Lesbo, Samos, Kos e Kios ne sono stipati oltre 20mila. Lo stesso vale per la Bulgaria, dove il "muro" sorto al confine con la Turchia scricchiola sotto i colpi dei quasi mille migranti che sono riusciti a oltrepassare la frontiera aggirando le difese.

Il controllo dei flussi migratori a Est, in fondo, è tutto nelle mani di Erdogan. Qualora Istanbul decidesse di aprire i rubinetti, l'Europa rischierebbe uno tsunami simile a quello del 2015. Nei giorni scorsi il sultano e Angela Merkel si sono sentiti al telefono per evitare una nuova crisi sull'immigrazione. Senza un accordo, a farne le spese saranno Grecia e Bulgaria. E poi tutta l'Europa.

Per questo sia Atene che Sofia si sono scagliate duramente contro il "ricatto" di Erdogan. Il premier greco, Kyriakos Mitsotakis, ha ammonito il presidente turco di non "minacciare la Grecia e l'Europa sui migranti, nel tentativo di ottenere più soldi". Più duro il ministro della Difesa bulgaro, Krasimir Karakachanov, che oggi ha evocato l'uso della forza per contrastare l'ingresso illegale di clandestini dalla Turchia all'Ue. "Le forze armate sono pronte a reagire se aumenterà la pressione dei rifugiati sul confine - ha detto - Attualmente, la situazione al confine è normale, ma se la pressione migratoria aumenta, è possibile inviare immediatamente fino a duemila militari nella regione. Avranno attrezzature militari, compresi recinzioni mobili". La tensione è alle stelle.

IlGiornale.it nei prossimi giorni vi racconterà gli effetti del ricatto di Erdogan, le mancate promesse dell'Ue, il dramma dei bambini abbandonati tra i serpenti. Perché le isole della Grecia, così come la Bulgaria, saranno le prime a dover fronteggiare un'eventuale rottura della diga. E in parte lo stanno già facendo.

Dalla strada che corre intorno all'isola di Samos, la Turchia è visibile a occhio nudo. Il regno di Erdogan è lì a un passo, distante quel chilometro e mezzo di mare che divide le due coste. "Sono partito da Smirne a bordo di un gommone. E così hanno fatto i miei amici", ci racconta un giovane siriano. Ogni notte nella piccola isola dell'Egeo orientale ne arrivano a centinaia. I numeri sono scritti in rosso sulla lavagna appesa nell'ufficio della polizia all'interno dell'hotspot: 230, 145, 95, 172 immigrati sbarcati ogni giorno. Il campo profughi di Samos può ospitare solo 648 migranti. Oggi ce ne sono oltre 5mila. Il risultato è che i turisti si allontanano, i commercianti si lamentano e la polizia occupa il 40% del suo personale per controllare gli stranieri ammassati nelle baracche. "Prima o poi esploderà una rivolta", assicura un negoziante. L'immigrazione può destabilizzare l'intera regione. Erdogan lo sa e vuole sfruttare la paura a suo favore.

Fonte:ilgiornale

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