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Pazardjik_view_old

da Tore Zappadu

Da dove vengo io, il sole sorge un’ora dopo che qui. Ma, a ben vedere è soltanto una convenzione, perché qualcuno ha deciso chele lancette dell’orologio siano spostate per gradi e meridiani e quindi Pazardzjik sta un’ora avanti rispetto al mio vecchio mondo.

Da dove vengo io il 18 novembre del 2013 il dio cattivo delle tempeste ha distrutto uomini e cose ed ha rovesciato sulla mia città in poche ore tanta acqua maligna quanta, normalmente da quelle parti, ne dovrebbe cadere in un anno e passa di storia umana. Rimasero sul terreno fiumi di macerie, morti innocenti e sorrisi spenti nei volti di tutti noi… ed ancora lì, ad Olbia, tutto ricorda quella tragedia ed i sorrisi tardano a rientrare. Da quella terra, dalla mia terra, sono venuto via. Per scelta, obbligata e, in qualche maniera, disperata.

Al tramonto anche gli uomini piccoli fanno le ombre lunghe. Lo raccontano le leggi della natura e, questo diritto, non può essere tolto a nessuno. Ma se, all’incedere delle prime ombre della sera, tutto quel che ti sta intorno è solo ansia, disperazione perché senti di aver perso assieme al piacere del presente e anche qualsiasi alba per il tuo domani…

Ma se la tua conquistata pensione, dopo anni di lavoro onesto e, comunque, proficuamente impiegato è soltanto l’anticamera di debiti, tasse, oneri, vessazioni e notti insonni, fatte di lacrime asciutte e pianti nell’oscurità, non puoi che venire via. Qualcuno dice che stiamo scappando dall’Italia, la verità è che io, e non solo io, mi sento un profugo, un cacciato, un…dimenticato.

primapagina19112013

Zabravili, per l’appunto.

La cosa più complicata è la conquista del respiro. Qui, nell’antica e gloriosa Tracia, tutto, pressoché tutto, è diverso. Non si tratta solo di alfabeto o lingua, perché anche se con difficoltà quelli li puoi imparare. Ma il respiro, no. Quello va conquistato, giorno per giorno, perché va prima capito e poi metabolizzato. Il respiro della Bulgaria ha un altro colore, un altro ritmo, altri tempi ed altri scenari. È diverso il colore dell’erba, della campagna, i muri della case e… le cicogne che, qui, sono di casa come da noi le greggi o i ricci di mare. È diverso il respiro delle persone, il loro visi. In pochi giorni, a Pazardzjik sono riuscito a fare a meno della brioche e del cappuccino del mio barista olbiese; qui si mangia altro e, probabilmente, alla Banitza di mattino presto non mi abituerò mai. Le alternative ci sono, non molte a dire il vero, ma comunque recuperabili anche nel mercato alimentare della zona.

Dei paesi di campagna, quelli piccoli, ai bordi delle strade, come lo sono quelli della mia Ichnusa, mi colpisce l’assenza dei bambini che giochino per le strade. Quegli stessi bambini che, invece qui in città, sono davvero tanti, in carrozzina o a piedi, accompagnati da madri giovani spesso molto belle quasi quanti i loro pargoli, oppure da zii, nonni, nonne. Simpatico che Nonna, in lingua bulgara, si dica Baba, un’allitterazione sillabica, quasi come mamma, papà o babbo da noi. Ma i bambini bulgari, molti belli e curiosi, non fanno rumore, quanto meno come succede da noi. Non piangono forte, non ridono o gridano sguaiatamente. La sensazione è che siano, da presto, come i grandi: fieri e sicuri di camminare guardando avanti e muovendosi come se, sempre, sapessero esattamente dove andare. Magari, anzi sicuramente, non è così. Forse anche loro, come i loro genitori, camminano con tutte le ansie e le preoccupazioni che abbiamo anche noi che ci muoviamo su strade sconosciute e percorsi ancora troppo oscuri. La sensazione più autentica e che, loro, come noi, abbiano chiaro il respiro del tempo e delle cose che si muovono attorno e provino a ritmarne i battiti entrando in sintonia con entrambi. A carpirne i segreti di questa ricetta per la vera integrazione mi aiutano, da subito appena “sbarcato” sulle rive della Maritsa, il mio amico Paride, di antica stirpe Volsca, ed il nostro personale pope Totò, novello erede della Magna Grecia che fu.

Con loro ho fatto tuto quel che dovevo per diventare Bulgaro. Parlo dei documenti e dei timbri burocratici che consegnano la parte terminale della mia storia personale a questi luoghi ed a questa storia. Assieme a loro e ad altri amici italici di Pazardzjik sto provando a scrivere il mio ultimo pezzo di futuro che spetta a me come a tutti gli altri… dimenticati (Zabraven). Franco, il mio amico conterraneo, nonché produttore del blog della integrazione (Bulgaria Oggi) mi ha chiesto di cimentarmi nel racconto di questo cammino personale e collettivo.

Ho accettato la sfida e, come vedete, ho cominciato anche questo non facile percorso di… commentatore delle nostre nuove esistenze in lingua cirillica.

Ed allora… Alla prossima.

Barore Sardu

  1. 1.Continua

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