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Israele e Emirati Arabi Uniti (UAE) hanno annunciato qualche giorno fa un accordo finalizzato a normalizzare le relazioni diplomatiche tra i due paesi 1. L’amministrazione degli Stati Uniti ha favorito l’avvicinamento e il negoziato fino a poco tempo fa difficilmente pensabile 2. Dopo Giordania ed Egitto un’altro paese arabo si unisce al gruppo di coloro che desiderano una normalizzazione dei rapporti con Israele e la soluzione degli endemici problemi del medio oriente 3. Israele dichiara di sospendere l’ annessione dei territori palestinesi 4, rimuovendo uno dei principali ostacoli al negoziato con i palestinesi, e questa decisione apre le porte al dialogo con gli Emirati. L’annessione secondo il diritto internazionale mancava di legittimità, questo fatto merita di essere menzionato perché avrebbe creato problemi ad Israele davanti alla comunità internazionale 5.

L’accordo sarà chiamato di Abramo, per richiamare la figura che lega le tre religioni Ebraica, Cristiana, Musulmana, ed ha ricevuto l’appoggio del segretario generale dell’ ONU, dei primi ministri del Regno Unito e Francia, un giudizio positivo da parte dell’alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza Borrell, ed apprezzamenti sono venuti dal Giappone, dalla Cina mentre la Russia non ha ancora espresso una posizione ufficiale 6. ll New York Time 7, non certo amico dell’attuale amministrazione, definisce l’accordo- cogliendo in pieno la portata storica- un terremoto geopolitico di grande rilevanza 8. C’e,’ invece, chi lo considera una provocazione che non farà altro che aumentare la tensione in medio oriente complicando la situazione. Questa posizione è sostenuta da autorevoli analisti negli USA e 9 anche in Italia.10

L’accordo mette con le spalle al muro i palestinesi, i quali per voce di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) hanno immediatamente dichiarato che nessuno può parlare a loro nome. Infatti nessuno lo ha fatto. Ma è stato lanciato un importante messaggio. Chi vuole che la pace progredisca deve fare qualche passo avanti e abbandonare posizioni pregiudiziali che non facilitano soluzioni consensuali e pacifiche. Un atteggiamento intransigente non porta buoni frutti. L’accordo non risolve certo il problema palestinese, ma almeno intende dimostrare che si possono trovare interessi comuni anche dettati da motivi estranei alla causa palestinese come le tecnologie avanzate11, la sicurezza nazionale, le nuove tecnologie energetiche ecc. che portano alla collaborazione e aprono la strada ad un medio oriente che si libera dai vecchi schemi. L’accordo è importante perché coinvolge due paesi leader dal punto di vista economico e tecnologico dell’area medio orientale12. Ed inoltre dal punto di vista geopolitico “complementari”13: Israele è una porta verso l’Occidente mentre gli Emirati sono invece una piattaforma verso Oriente. In questo contesto è opportuno citare l’India14 che ha costruito un rapporto di partnership strategica in settori avanzati con gli Emirati e mantiene ottime relazioni con Israele nei settori della difesa, delle tecnologie informatiche, della sicurezza, dello spazio e della sanità. I grandi player economici indiani hanno base a Dubai che nel disegno degli Emirati guarda anche verso il continente africano. L’accordo apre anche un corridoio verso il subcontinente indiano.

Un attore cruciale della regione, l’Iran 15, ha dichiarato di non gradire l’accordo e lo ha definito “vergognoso”, mentre la Turchia16, in competizione con gli Emirati per la leadership nel mondo sunnita, lo considera un tradimento nei confronti del popolo palestinese. La politica iraniana in medio oriente è messa a dura prova. Secondo l’attuale amministrazione americana l’Iran ha costruito, in questi ultimi anni, una strategia finalizzata a conquistare posizioni di potere in numerosi paesi: Libano, Siria, Iraq, Yemen. Questo è stato possibile grazie a copiose risorse economiche, derivanti dalla vendita del petrolio dopo la sospensione delle sanzioni imposte da Obama, che negli anni scorsi sono state fatte affluire a gruppi come Hezbollah, Hamas, milizie sciite ecc. L’accordo JCPOA è stato utilizzato dall’Iran come una la foglia di fico che ha coperto questa strategia. Il master mind, secondo quando sostiene l’amministrazione statunitense,17 è stato Quasem Soleimani l’anima strategica dell’Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC), che ai primi di gennaio di quest’anno è stato ucciso in un attacco guidato da un drone americano in Iraq. Un pilastro di questa strategia è l’idea che Israele è il nemico principale al quale si nega legittima esistenza. L’Iran deve dotarsi di profondità strategica e costruire un corridoio sciita che lo proietta verso il mediterraneo passando per Iraq, Siria e Libano18. La strategia dell’intransigenza che non lascia, pur proclamandolo a parole, disponibilità per il dialogo e che quindi rende difficile ogni percorso di pace.

L’accordo divide il medio oriente tra chi vuole seppellire il passato, abbandonando vecchi modi di ragionare e di gestire i rapporti internazionali, e chi, invece, intende far seppellire il futuro dal passato. Da una parte Israele, gli Emirati Arabi, la Giordania, l’Egitto a cui si potrebbero unire l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo e dall’altro chi invece persegue una politica fondata su altre priorità. Oggi l’Iran appare, nonostante guardi verso la Cina per un prospettiva economica che sembra ancora incerta e improbabile 19, indebolito dalla forte crisi economica. Le sanzioni americane, il basso prezzo del petrolio che non garantisce grandi entrate per il bilanci pubblici e che riduce i margini per operazioni di finanziamento di proxy all’estero, lo rendono sempre più debole nella scenario medio orientale. Ed ancora i recenti fatti di Beriut mettono a nudo le forti responsabilità anche sulla stabilità di un paese come il Libano che è cruciale per il raggiungimento della pace in Medio Oriente.

In queste vicende emerge il debole ruolo dell’Europa che sembra lenta a prendere posizioni e incerta nel capire quali siano i reali interlocutori. Nel caso del JCPOA l’Europa ha cercato di contrastare la politica americana di disimpegno dal Trattato cercando anche di creare dei meccanismi per evitare le sanzioni. Tutto senza grande successo e per poi di fatto allinearsi quasi al 100% con la volontà dell’amministrazione americana. Nel caso del JCPOA più che ragioni legate alla produzione di armamenti nucleari valevano quelle relative al rafforzamento del ruolo dell’Iran che ha utilizzato il trattato come una leva per acquisire reali posizioni di egemonia in medio oriente sfruttando anche debolezze ed errori in campo occidentale e soprattutto statunitense.

L’accordo di mezza estate siglato tra un paese leader del mondo islamico che si distingue per una politica moderata e di apertura verso l’esterno e altre religioni- non a caso Papa Francesco lo ha scelto come luogo di dialogo inter-religioso 20 nel febbraio del 2019- sicuramente mette molti paesi di fronte alle loro responsabilità e in primo luogo l’Iran che portando avanti una politica intransigente non favorisce certamente processi di pace.

In questo scenario si auspica che l’Europa riesca a trovare la capacità di giocare un ruolo attivo di proposta e mediazione per non essere di fatto emarginata. Il mondo cristiano dovrebbe mobilitarsi per sostenere tutte le proposte che disegnano nuove prospettive di pace a favore di coloro che si mostrano portatori di dialogo. Il quadro geopolitico medio orientale ha subito un forte terremoto aprendo degli spazi per coloro che intendono giocare un ruolo non solo di ostruzione ma costruttivo. La scelta degli Emirati come luogo del dialogo inter-religioso perché “a motivo del loro orientamento politico-religioso più moderato di quello dell’Arabia Saudita e della loro ingente potenza finanziaria, possono diventare un luogo di mediazione e di incontro”21 ha indicato una strada lungo la quale muoversi. Bisogna con umiltà seguirla cercando di non farsi ingannare da falsi pregiudizi che ci allontanano dalle soluzioni di pace.

Fonte:benecomune.net

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