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Il contesto domestico in cui si sono svolte le ultime elezioni  è ancora  fortemente caratterizzato dalle tipicità e dalle contraddizioni della transizione dal modello socialista a quello liberale-capitalista. 

L’esperienza del comunismo si era caratterizzata per cronici ammanchi macro e micro-economici, l’inesistenza di incentivi all’efficienza industriale, una società civile atrofizzata e direttrici di commercio legate a doppio filo con l’Unione Sovietica, da cui provenivano gran parte dei sussidi per sostenere il sistema. 

Il crollo dell’URSS ha prodotto disastrose conseguenze sulle capacità della Bulgaria di affrontare una transizione rapida e indolore. Apice delle difficoltà si ebbe nel 1996 con una crisi bancaria che mise in ginocchio il Paese e ne spinse l’inflazione al 311%, con conseguenti vaste proteste della popolazione contro la gestione corrotta e incompetente dello Stato da parte della classe politica – in larga parte ancora legata alla nomenklatura sovietica (i cosiddetti “conglomerati rossi”). 

Un merito della crisi è stato quello di dare impulso ad un tentativo di ristrutturazione del sistema bulgaro, a partire dalla privatizzazione di banche e aziende che, pur condotta di per sé con successo, avendo preso forma di vendite dirette e mancando una diffusa presenza di capitale tra la popolazione, ha contributo a perpetuare fino ad oggi la posizione di privilegio di un ristretto gruppo di oligarchi in politica ed economia.  Ulteriore ostacolo alle riforme strutturali vi fu con la crisi economico-finanziaria del 2008, che ebbe ricadute notevoli nel settore industriale e in termini di debito privato.

Da allora, sono aumentati globalmente reddito pro-capite, aspettative di vita, potere d’acquisto e competitività del Paese – quest’ultima favorita soprattutto dal mantenimento di tasse sul lavoro molto basse. Ciononostante, permangono ancora forti disequilibri . Il primo di essi è sicuramente demografico: dall’inizio della transizione e, ancor di più, dall’ingresso nell’Unione Europea, la Bulgaria ha sofferto della massiccia emigrazione della parte più giovane e qualificata del Paese, non sapendo peraltro come servirsi adeguatamente di coloro che hanno deciso di rimanere – dunque sottopagati e mal impiegati rispetto al loro livello di competenze (skill mismatch). Secondariamente, nonostante la svolta ad Occidente, Sofia non è riuscita a recidere i legami di stretta dipendenza da Mosca – soprattutto in termini energetici – e più in generale a svincolare la propria crescita da investimenti diretti esteri. Terzo, nonostante a seguito della crisi del 2008 miglioramenti in tal senso siano stati compiuti, gli investimenti domestici sono nettamente sbilanciati verso i servizi e il settore delle costruzioni; certamente, questo ha permesso di dare lavoro a coloro che sarebbero altrimenti disoccupati, ma ha parimenti contribuito all’assenza di attenzione verso la ristrutturazione dell’economia reale. Infine, la Bulgaria pare non riuscire a liberarsi da quella che è definibile come low-value-added trap. In altri termini, i prodotti bulgari non riescono ad essere competivi sul mercato globale né in termini di prezzo – primato che spetta alla concorrenza asiatica –, né in termini di qualità – surclassati dalle merci occidentali. Da ciò deriva un netto ridimensionamento delle possibilità di crescita del Paese e, conseguentemente, del benessere pubblico.

Il perdurare di queste condizioni ha fatto sì che la Bulgaria non abbia ancora trovato il proprio equilibrio politico interno, caratterizzandosi periodicamente per fenomeni di protesta popolare che invocano un rinnovamento della classe politica e delle modalità di gestione dello Stato. Emblematiche in questo senso sono state innanzitutto le proteste svoltesi a cavallo tra 1996 e 1997, in concomitanza con la crisi bancaria di cui sopra. Una folta folla di manifestanti si riunì intorno al Parlamento esternando in modo anche violento la propria delusione di fronte alle inefficienti ricette politiche adottate dalla classe dirigente e ai suoi favoritismi interni, che impedivano al Paese di normalizzare la propria situazione di fronte agli occhi del resto d’Europa. Dinamiche simili hanno portato nuovamente in piazza i cittadini bulgari nel 2013, quando il vecchio malcontento per i conglomerati rossi si è intrecciato con l’aumento esponenziale dei prezzi dell’energia elettrica, portando alle dimissioni del Primo Ministro Boyko Borisov (il quale ha tuttavia successivamente ottenuto nuovamente la carica). 

Nonostante le elezioni anticipate abbiano cambiato nominalmente i vertici di governo, nei fatti ancora non si intravvede né un mutamento sostanziale dello stato economico del Paese né l’abbandono delle pratiche clientelari tipiche del sistema bulgaro.  Anche la nuova alleanza che ha dato forma al nuovo governo nasce comunque inficiata dalla debolezza di fondo dovuta  all'assenza di una coesione vera tra i ceti sociali attivi e dalla sostanziale scarsa partecipazione della popolazione alle scelte, che vengono comunque delegate (di fatto) ad un ristretto gruppo di uomini di potere il cui principale obbiettivo è portarsi a casa la fetta più grande della torta. 

Autore:G.Artibani

 

 

 

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