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Già conosciamo il modo in cui i rifiuti di plasticaprovocano un colossale inquinamento marino, minacciando la vita e l’habitat di molti animali e vegetali.

Sappiamo anche come la luce solare schermata in questo modo possa far sbiancare i coralli e distruggere intere barriere, e come perfino tracce di farmaci dispersi in acqua possono alterare l’equilibrio ormonale di diversi animali marini.

L’uomo ha la colpa di una gran parte dei danni subiti dal mondo sottomarino ma, come se non bastasse,  sembra che siamo anche la causa di un altro problema degli oceani, secondo uno studio pubblicato su Earth and Planetary Science Letters.

Il riscaldamento globale non è il solo problema causato dalle emissioni di CO2 in eccesso

In una ricerca condotta dagli scienziati alla University of Cardiff in Galles si è rilevato come i livelli di biossido di carbonio saranno presto alti come quattordici milioni di anni fa, quando la temperatura media sulla terra era di tre gradi più alta. A causa del riscaldamento globale, nel 2100 il pH si sarà drammaticamente abbassato.

L’acidificazione degli oceani accade quando il pH dell’acqua si abbassa, grazie all’assorbimento di CO2 dall’atmosfera. Un terzo delle emissioni di CO2 è causato dalla combustione dei carburanti fossili, in corso dall’inizio della rivoluzione industriale: da allora, 525 miliardi di tonnellate di CO2 sono stati liberati negli oceani.

Fumo da una ciminiera ad Altay, nella regione autonoma uigura dello Xinjiang – Thomson Reuters

Il pH degli oceani arriverà ben presto ai livelli di quattordici milioni di anni fa

Gli scienziati hanno esaminato il valore del pH dell’acqua e il suo contenuto in CO2 nei passati ventidue milioni di anni.

“Il nuovo dato geologico sull’acidificazione degli oceani che abbiamo raccolto ci mostra che sulla nostra attuale traiettoria di emissioni “business as usual”, le condizioni oceaniche saranno diverse da come gli ecosistemi marini le hanno vissute negli ultimi quattordici milioni di anni,” ha affermato Sindia Sosdian, principale autrice dello studio, in una dichiarazione.

È basso in modo allarmante anche l’attuale valore del pH: “L’attuale pH è probabilmente già più basso che in qualsiasi momento degli ultimi due milioni di anni,” ha detto Carrie Lear, co-autrice dello studio. Ha aggiunto: “Capire esattamente cosa ciò vorrà dire per gli ecosistemi marini richiede studi in laboratorio e sul campo a lungo termine, così come rilevi supplementari sui dati fossili.”

Il catastrofico danno alla vita acquatica non può più essere evitato

Anche se gli scienziati devono ancora condurre ulteriori esperimenti per stabilire le precise ramificazioni che questo cambiamento provocherà nelle prossime decadi, una cosa è chiara.

Se continuiamo come abbiamo fatto finora, l’eccessiva acidificazione non cancellerà soltanto tutte le barriere coralline esistenti e future; causerà danni catastrofici a molti ecosistemi, nei quali molti animali fanno affidamento per la loro alimentazione sui vegetali subacquei in essi contenuti.

Fonte:businessinsider.it

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C’è che l’ha classificata come la seconda luna della Terra, chi come un compagno di viaggio nel sistema solare la cui orbita danza con quella del nostro pianeta e con il Sole – e per questo non può essere classificato come una vera luna – e chi, più semplicemente, come un asteroide la cui orbita possiede proprietà inusuali, sta di fatto che2016 HO3, un oggetto di appena una cinquantina di metri di diametro è un nuovo compagno del nostro pianeta.

Si avvicina e si allontana dalla Terra ad una distanza che va da 13 a 100 volte quella Terra-Luna (che è di circa 384.000 chilometri). Non dobbiamo avere alcuna paura di un possibile impatto in quanto non si avvicina mai a più di 5 milioni e 200mila chilometri da noi. Contemporaneamente l’oggetto ruota attorno al Sole in 365 giorni, come fanno anche la Terra e la Luna.

E’ troppo distante per essere considerato un vero satellite della Terra ma 2016 HO3 è il migliore esempio di un oggetto stabile che ruota attorno ad essa. Lo possiamo definire un quasi-satellite“, ha detto Paul Chodas, Direttore del Centro per la lo Studio degli Asteroidi vicini alla Terra della Nasa.

L’oggetto è stato osservato per la prima volta nel 2016 dal telescopio Pan-STARRS 1 che si trova a Haleakala alle Hawaii e negli ultimi mesi si sono avute le conferme dell’orbita e delle sue dimensioni. Lo studio è stato finanziato dal Coordinamento della Difesa Planetariadella Nasa. E’ molto difficile dire quando 2016 HO3 è entrato in orbita terrestre, anche e stando ad alcune proiezioni dovrebbe essere “arrivato” non più di un secolo fa e potrebbe rimanere con noi per molti secoli a venire.

E’ molto difficile stabilire cosa fanno oggetti di questo tipo nel corso del tempo perché, essendo molto piccoli, possono essere facilmente influenzati da piccole variazioni di gravità indotte dalla Terra o ancor più dal Sole sulle loro orbite.

2016 HO3 non è l’unico compagno che è venuto a far visita al nostro sistema Terra-Luna.  

Non ci capiterà mai di osservarlo brillare nel cielo eppure c’è anche 2014 OL339, un altro quasi-satelliteche venne scoperto nel 2014 da Farid Char, della Chilean University di Antofagasta (Cile). Anch’esso ruota contemporaneamente attorno alla Terra e al Sole e pure lui alla fine di un periodo più o meno lungo abbandonerà per sempre l’orbita terrestre. Anche questo quasi-satellite è molto piccolo, ha un diametro che va da 90 a 200 metri ed è entrato in orbita terrestre 775 anni fa: ci abbandonerà tra circa 165 anni. Che cosa gli succederà, dopo? «L’evoluzione di questi oggetti è molto difficile da predire, anche se è assai probabile che rimarrà in vicinanza del nostro pianeta per migliaia di anni», ha spiegato Char.

E nella conta dei quasi-satelliti che ruotano contemporaneamente attorno alla Terra e al Sole non ci si ferma qui: al momento ne sono stati scovati altri tre, i quali rimarranno in orbita solare e terrestre per centinaia di anni. Ma non è detto che ce ne siano molti altri di più. La Terra, comunque non è l’unico pianeta ad avere “compagni” saltuari nel suo percorso attorno al Sole. Li hanno anche Venere, con almeno un oggetto, Nettuno e Giove, che ne ha almeno sei.

businessinsider.it

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Ovviamente, i crolli di Borsa fanno decisamente più rumore dei tonfi obbligazionari. Sono più mediatici, hanno il physique du role da notizia di apertura del tg. I bond no. Ma chi conosce il mercato, sa che quanto accade nell’obbligazionario quasi sempre anticipa quanto avviene nelle equities. Spesso, tramite contagio.

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Ora, questi grafici mettono in prospettiva quanto accaduto nei due giorni horribilis della scorsa settimana: il primo ci mostra come giovedì pomeriggio, esattamente alla 14.43 ora di New York, a Wall Street qualcuno abbia immesso un ordine di vendita di magnitudo spaventosa, la più grande dal “flash crash” del 6 maggio 2010. Cosa significa? Una margin call in piena regola, talmente grande da costringere qualcuno a vendere tutto a qualsiasi prezzo potesse scaricarlo. Il secondo ci mostra come nelle ultime due settimane, i mercati azionario e obbligazionario insieme abbiano bruciato valore per qualcosa come 6 trilioni di dollari. In due settimane.

Leggi anche: Perché i mercati azionari di tutto il mondo stanno crollando e di chi è la colpa (anche dell’Italia)

Il terzo, invece, mostra come il 2018, con i suoi tre giorni da inizio anno con cali dello Standard&Poor’s superiori al 3%, si proponga fin da ora come la peggior annata dal 2011. Ma ciò che ci interessa, è quanto segnalato dalla candela rosa. Ovvero, il motivo di quei tonfi: gli aumenti dei rendimenti. Di fatto, il contagio dall’obbligazionario su una struttura, quella delle equities, retta da contrappunti tutt’altro che stabili, vedi i multipli di utile per azione e i buybacks, venuti a mancare i quali per la stagione di blackout in corrispondenza alla presentazione delle trimestrali, i cali sono diventati valanghe. La scorsa settimana avevamo già parlato di come la politica di rialzo dei tassi della Fed sia alla base di questo ampliamento dello spread, il quale mostra due criticità tutte europee, segnalate da questi grafici.

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Prima criticità, per la prima volta dalla fine del 2012, lo spread dell’alto rendimento europeo rispetto a quello Usa è andato in divaricazione di 35 punti base. In sé, nulla che faccia gridare alla tragedia ma occorre segnalare due criticità, presenti a chiare lettere nel report curato al riguardo da Barnaby Martin per Bank of America: primo, solo a inizio anno quello spread ora a +35 era a -80 rispetto ai bond junk statunitensi; secondo, la gran parte di questa erosione è dovuta al combinato fra politica della Fed e tensione innescata dal quadro politico-economico italiano in seno all’Ue, anche in vista della fine del Qe e delle conseguenti tensioni sui Btp. Seconda criticità, quella legata al fatto che il mercato obbligazionario dell’alto rendimento europeo, infatti, a partire dal 2017 ha visto una crescita di cosiddetti titoli Rising Stars, ovvero bond che sono passati da junk a investment gradegrazie alla condizioni creditizie di favore garantite dalla politica espansiva dalla Bce. Peccato che come mostra il grafico, ora la ratio fra upgrade e downgrade sia molto rallentata e si collochi ora nella quasi neutrale area dell’1x. Cosa significa? Che molti di quegli angeli che Morgan Stanley prevede cadranno nell’inferno del junk obbligazionario con la prossima contrazione del mercato saranno europei, visto che la categoria dei BBs pesa qualcosa come il 72% del mercato totale.

Insomma, il contagio sembrava già partito in seno a un’eurozona alla prese con tensioni politiche, in primis lo scontro fra l’Italia e l’Ue sulla manovra economica e soprattutto con l’ormai imminente fine del QE. Ora, possiamo togliere ogni condizionale o dubitativo: il contagio è partito. E in grande stile, se in poco più che nove giorni, cinque emissioni obbligazionarie corporate sono state cancellate o posticipate per avverse condizioni di mercato. Le quali, giova sottolinearlo, sono avverse solo perché fino a non più tardi di un mese fa vedevano lo stesso mercato risultare come un placido lago alpino da qualsiasi angolazione lo si guardasse (bond, equities, debito sovrano), non perché siano realmente estreme, ad esempio come nel 2011. E questo, proprio in vista della fine dell’impegno diretto della Bce e di un potenziale aggravamento della condizioni di stabilità politica dell’Ue, non fa che aumentare i timori, almeno nei soggetti più avveduti e che non solo soliti mangiarsi lo spread a colazione. L’ultima vittima in ordine di tempo, all’inizio della scorsa settimana, è stata la finanziaria olandese Van Lanschot Kempen (la più antica istituzione finanziaria olandese, fondata nel 1737), la quale a causa di “condizioni di mercato” ha posticipato l’emissione di obbligazioni AT1 (Additional Tier 1), la forma più rischiosa di debito bancario, poiché include l’onere “perpetuo” (non viene mai rimborsato e non stacca cedole in caso di perdita) di partecipare all’assorbimento delle perdite, nel caso in cui gli indici patrimoniali delll’istituto scendessero sotto un certo livello, per un controvalore di 100 milioni di euro.

E questo nonostante un approccio generoso dell’emittente verso i potenziali compratori, visto che veniva offerto un coupon di circa il 6,5% nella guidance precedente all’emissione. Ma è proprio questo a spaventare, la diminuzione di appetito per il rischio e ricerca di rendimento, divenuti un vero e proprio faro-guida degli investitori durante i lunghi trimestri di QE che hanno compresso artificialmente i rendimenti su tutte le asset classes, creando il vero rischio di cui parleremo a breve: ovvero, un reprice particolarmente repentino del mercato rispetto a emittenti dal rating complicato. Altra conferma al riguardo è arrivata, pochi giorni prima del caso olandese, dalla Volksbank Wien, la quale ha anch’esso rimandato un’asta di obbligazioni AT1 – ma lo stesso giorno aveva cancellato anche un’altra emissione, seppur meno rischiosa  – citando come ragione i timori del mercato per il budget italiano, il cammino della Brexit e l’aumento dei rendimenti sui Treasuries USA, “tutte motivazioni che hanno cominciato a erodere l’interesse verso il debito ad alto rendimento”. E l’emittente austriaco offriva ancora di più ai suoi potenziali compratori, visto che il coupon finale all’atto precedente all’asta era del 7,375%.

Ma il fatto che sia proprio il timore di un contagio all’intero comparto a frenare gli investitori arriva dal fatto che nello stesso giorno, il distributore di gas olandese Nederlandse Gasunie NV aveva piazzato facilmente un bond da 300 milioni di euro con domanda 6 volte l’offerta: insomma, per ora l’investment grade sembra ancora immune. Chi invece ha pagato il suo rating, completando la cinquina di chi ha dovuto arrendersi già ai primi marosi del mercato, sono state il provider di ristrutturazioni tedesco Bilfinger SE e quello francese di pagamenti elettronici Ingenico Group SA, mentre sempre Oltralpe anche la finanziaria My Money Bank ha dovuto rimandare la sua asta di covered-bond da 500 milioni prevista per il 27 settembre. Alla luce di tutto questo, ecco cosa ha scritto nella sua nota alla clientela Sebastien Barthelemi, capo del centro ricerche sul credito di Kepler Cheuvreux: “Gli investitori sono riluttanti a investire in bond ad alto rischio ai tassi attuali e, purtroppo, il trend è quello di un ulteriore ampliamento degli spreads”.

La questione, poi, va oltre il lato meramente economico e monetaristico, stante anche la formale rivendicazione della Fed della propria politica e l’intenzione di proseguire con il rialzo dei tassi, già dal prossimo dicembre: se il declino dell’interesse verso l’alto rendimento obbligazionario europeo dovesse proseguire e magari aumentare, visto l’approssimarsi della fine totale del QE e a questo andasse a unirsi un crescendo di contrapposizioni politiche fra Unione Europea e movimenti sovranisti/populisti sempre più influenti all’interno degli Stati membri, quanto è alto il rischio di una chiusura totale del mercato dei bond europeo? Ovvero, un rischio di repricingal rialzo così netto da rendere pressoché impossibile emettere debito per soggetti non investment grade? Visti i coupon offerti al mercato (e da questo già oggi respinti) dai soggetti poco fa elencati, il timore non appare del tutto campato in aria o figlio di allarmismo inutile. Tanto più, alla luce di quanto mostrato da questi ultimi due grafici, contenuti in un report di Bank of America risalente all’agosto del 2017, non a un secolo fa.

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Il primo ci mostra come la compressione dei rendimenti operata dalla Bce abbia portato oltre il 60% dei bond europei con rating BB ad offrire un premio inferiore ai loro pari durata sovrani statunitensi, i Treasuries. Il secondo, ci riguarda direttamente, visto che mostra come all’epoca qualcosa come 23 miliardi di controvalore in bond italiani con rating BB offrisse un rendimento minore a quello dei Treasuries con identica maturazione.

Quanto può essere drastico, quasi letale, un eventuale repricing in condizione di tensione crescente anche sull’investment grade per quei bond di aziende italiane, già junk come valutazione e che non potranno più contare sul sostegno indiretto della Bce (la quale magari non avrà comprato le loro obbligazioni ma ha garantito la compressione dei rendimenti generali, quindi il loro accesso al mercato)? E quale livello di pressione subirà il comparto bancario, quando le porte del mercato si chiuderanno a quelle emissioni e il finanziamento corporate dovrà passare di nuova dal canale istituzionale degli istituti di credito, magari anche l’investment gradecolpito dal contagio? Chissà se al governo stanno pensando a questa ipotesi, magari pessimistica ma non certa improbabile? Visto il taglio ai benefici fiscali già decisi per 5,3 miliardi presente nel Def, pare che il comparto corporate non sia in cima alla lista delle priorità e delle preoccupazioni dell’esecutivo. In compenso, l’enorme ramoscello d’ulivo che Mario Draghi ha voluto porgere al governo, invitando tutti alla calma e ad attendere i fatti e i numeri reali relativi alla manovra economica, potrebbe essere letto anche in maniera meno ottimistica: ovvero, un disperato tentativo di ricondurre alla ragione i partiti che compongono la coalizione, prima che a farlo siano i mercati. In maniera decisamente più brutale.

Fonte:businessinsider.it

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