oroscopo  Meteo
Italian - ItalyБългарски (България)
  • 1022_agujero-negro_620x350
  • Un gruppo di fisici di Harvard ha scoperto che probabilmente il nostro universo finirà come è iniziato: con un Big Bang.
  • Il secondo Big Bang potrebbe essere causato da un cambiamento nella massa del bosone di Higgs che consumerebbe ogni cosa nell’universo e stravolgerebbe le leggi della fisica.
  • I ricercatori ritengono che il nostro universo potrebbe finire approssimativamente tra 10 miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di anni.

L’universo potrebbe finire nello stesso modo in cui è stato creato: con un improvviso grande scoppio.

È quanto avrebbe dedotto una nuova ricerca condotta da un gruppo di fisici di Harvard secondo cui la destabilizzazione del bosone di Higgs — una minuscola particella quantica che conferisce massa ad altre particelle — potrebbe portare a un’esplosione di energia tale da consumare ogni cosa nell’universo conosciuto e stravolgere le leggi della fisica e dalla chimica.

Nell’ambito del loro studio, pubblicato lo scorso mese nella rivista Physical Review D, i ricercatori hanno calcolato quando potrebbe finire il nostro universo.

Niente di cui preoccuparsi al momento. La fine è stabilita tra 10 alla  139sima anni, vale a dire 10 seguito da 139 zeri, ouna cifra nell’ordine dei miliardi di miliardi di miliardi di miliardi  di miliardi di miliardi  di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di anni nel futuro.

E sono sicuri almeno al 95% — una misura statistica della certezza — che l’universo durerà come minimo altri 10 alla 58esima anni.

Ecco come finirà il nostro universo: “Inghiottito dai buchi neri”

Il bosone di Higgs, scoperto nel 2012 da ricercatori facendo scontrare tra loro protoni subatomici nel Large Hadron Collider, ha una massa specifica. Secondo il New York Post, se i ricercatori hanno ragione, tale massa potrebbe cambiare capovolgendo la fisica e sconvolgendo gli elementi che rendono possibile la vita.

E invece di bruciare lentamente per miliardi di anni, un bosone di Higgs instabile potrebbe creare un’esplosione istantanea, come il Big Bang che ha creato il nostro universo.

I ricercatori dicono che un collasso potrebbe essere provocato dalla curvatura di spazio-tempo attorno a un buco nero, da qualche parte nell’universo.

Quando lo spazio-tempo curva attorno a un oggetto densissimo, come un buco nero, scombussola le leggi della fisica e fa interagire le particelle in ogni genere di strane combinazioni.

Secondo i ricercatori il collasso potrebbe essere già iniziato — ma non abbiamo modo di saperlo, in quanto il bosone di Higgs potrebbe essere molto lontano da dove possiamo analizzarlo, all’interno del nostro universo apparentemente infinito.

“A quanto pare ci troviamo in bilico tra un universo stabile e un universo instabile“, ha detto al Post Joseph Lykken, un fisico del Fermi National Accelerator Laboratory non coinvolto nello studio. “È come se fossimo proprio al limite in cui l’universo può durare per un sacco di tempo, ma alla fine dovrebbe fare ‘boom'”.

 

 

Fonte:businessinsider

smartphone_shutterstock_499596052.630x360

 

Siamo abituati a pensare che le principali fonti di inquinamento sono le industrie pesanti, i combustibili fossili, i trasporti, la produzione di energia elettrica. Raramente pensiamo alle tecnologie informatiche: a guardarle, sembrano pulitissime... Fino a un po' di tempo fa erano addirittura portate sul palmo della mano - qui in senso figurato, perché sì, uno smartphone oggi si porta solo così quando non è in tasca. Erano l'annuncio di un nuovo modo di vivere e lavorare, perché potenzialmente capaci di ridurre gli spostamenti e molte altre attività inquinanti.

VIRTUALE E REALE. Lo studio è un meticoloso inventario del contributo all'inquinamento e al riscaldamento globale delle tecnologie informatiche: dai PC agli smartphone, dai tablet alle mega infrastrutture dei Data Center e delle reti di comunicazione.

I risultati sono sorprendenti: il contributo dell'insieme di queste tecnologie, che possiamo misurare solamente in C02 equivalente (CO2e), stimato nel 2007 all'1% delleemissioni globali, passerà al 3,5% nel 2020 e a un impressionante 14% nel 2040. Se il trend sarà effettivamente questo, cioè se le tecnologie informatiche non tireranno fuori dal cappello una magia per calmierare le loro stesse emissioni, a metà secolo le emissioni globali di questo settore saranno superiori alla metà dell'intero settore dei trasporti.

LO SMARTPHONE È PROPRIO SPORCO! In particolare, le emissioni causate dai telefoni passeranno da 17 a 125 milioni di tonnellate di CO2e l'anno: una crescita del 730%.

Come sempre quando le curve di crescita mostrano simili picchi, vanno spiegate: innanzi tutto sottolineando che è normale che la forte espansione di un settore che parte da valori bassi si traduca in percentuali a due o tre cifre, come in questo caso - anche se qui parliamo di inquinamento e non di quote di mercato.

In ogni caso, per quanto riguarda lo smartphone, la parte del leone nelle emissioni - dall'85 al 95% del totale - non la fa il suo utilizzo ma la sua produzione, che parte da molto, molto lontano: per esempio dall'estrazione dei minerali necessari per l'elettronica - dall'oro alleterre rare, ossia quei rare earth elements che includono elementi come l'ittrio, il lantanio e altri che si estraggono con un gran dispendio di energia, acqua e risorse umane in alcune regioni della Cina e dell'Africa. Per arrivare infine alla plastica (idrocarburi) e alla produzione vera e propria dell'oggetto finale.

Il discorso è anche un atto d'accusa verso i produttori dell'hardware (gli smartphone), del software (le app) e le società telefoniche che nei fatti impongono - con politiche commerciali studiate ad hoc - la sostituzione dell'apparecchio ogni paio di anni, quando va bene, anche se quello "vecchio" potrebbe essere usato ancora a lungo. Per non parlare dell'obsolescenza programmata dei materiali, quella cosa per cui a un certo punto della sua vita un apparecchio smette di funzionare senza apparente motivo: un tema che meriterebbe un capitolo a sé per ciò che racconta sul modo in cui i consumatori sono visti dalle granzi aziende e, per tornare all'inquinamento, per le gravi conseguenze sull'ambiente quando l'elettronica viene buttata via.

C'È UN'ALTERNATIVA? Usare lo smartphone è meno problematico per l'ambiente, ma non sentitevi assolti. Per ogni messaggio, ogni download, streaming, upload di foto, mail, chat, gioco e via dicendo c'è da qualche parte nel mondo un server assetato di energia che lavora 24 ore su 24 e trasuda calore come se fosse in pieno deserto del Sahara.

Qualcosa forse si può fare. I data center, per esempio, potrebbero essere alimentati con energie rinnovabili (solare, eolico, maree...) e costruiti dove si possano sfruttare importanti differenze di temperatura per il raffreddamento (sono davvero pochi quelli progettati così) - per esempio a diverse decine di metri di profondità, sotto il mare, anche se poi probabilmente dovremmo rilevare l'impatto ambientale sulla temperatura dell'acqua... A livello individuale, non sarebbe male riuscire a tenersi lo smartphone un po' più a lungo e controllare, per quanto possibile, la filiera del riciclo (oggi ancora ferma a un vergognoso 1% a livello globale) e dello smaltimento. Rispondete al whatsapp, adesso.

Fonte:Focus

juling_perspective_viewasi

 

Due studi pubblicati su Science Advances confermano che Cerere, il pianeta nano più vicino a noi, ha abbondanti quantità di acqua sulla sua superficie

Lo hanno considerato prima un pianeta, poi un asteroide e di recente è diventato un pianeta nano, il più vicino a noi di tutta la categoria. Stiamo parlando di Cerere, il corpo celeste che ha visto mutare la sua natura, non solo per quanto riguarda la classificazione a lui assegnata dagli astronomi, ma anche per ilcontinuo cambiamento degli strati esterni della sua crosta. La responsabile di queste continue variazioni è l’acqua, e a decretarlo sono due studi, pubblicati sulla rivista Science Advances, entrambi basati sulle osservazioni dello spettrometro italiano VIR a bordo della missione spaziale Dawn della NASA. Vir è stato fornito dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) sotto la guida scientifica dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF).

I due studi hanno riguardato zone differenti di Cerere. Nel primo i ricercatori si sono concentrati sul cratere Juling, che si trova nell’emisfero sud del pianeta nano e ha un diametro di circa 20 km. Le osservazioni multibanda di VIR hanno coperto un arco temporale di sei mesi, evidenziando tracce inequivocabili di ghiaccio d’acqua sulla parete nord di questo cratere. «Nella prima osservazione, la parete era coperta per il 9% da ghiaccio d’acqua, nell’ultima osservazione era salita al 14%» dice Andrea Raponi, ricercatore dell’INAF a Roma e primo autore dell’articolo. «In termini assoluti significa un incremento di circa 2 chilometri quadrati di copertura di ghiaccio d’acqua». Una possibile spiegazione di questo fenomeno, dicono gli scienziati, è che l’acqua si trovi sotto uno strato di polvere sul fondo del cratere, e che a causa di sollecitazioni dovute a radiazione o particelle energetiche provenienti dal Sole, essa finisca per sublimare e arrivare alle pareti. A supporto di questa ipotesi, una correlazione tra l’aumento di ghiaccio e il flusso di luce e particelle solari sul cratere, legato a cambiamenti stagionali e all’avvicinarsi di Cerere al perielio.

Nel secondo dei due studi, lo spettrometro VIR è stato utilizzato per realizzare una serie di mappe, con le quali fosse possibilericostruire la distribuzione dei carbonati sulla superficie di Cerere. I carbonati sono sali la cui origine è legata in modo molto stretto alla presenza di acqua liquida, e le mappe raccolte mostrano che i carbonati sono distribuiti in maniera pressoché uniforme su tutto il pianeta nano. Al momento i ricercatori non sanno dire con certezza come abbia potuto formarsi acqua liquida sulla superficie di Cerere, ma l’osservazione di depositi di carbonati così diffusi dimostra una grande vitalità del pianetino. Alcuni di questi depositi, infatti, contengono acqua al loro interno, che in quelle condizioni ambientali viene persa nell’arco di pochi milioni di anni. Il fatto stesso di osservarli dimostra che si sono formati di recente. Anche questo secondo studio, dunque, rafforza un’immagine di Cerere in piena attività e in evoluzione continua.

Fonte:asi.it

Foto del giorno

sofia_231

Bulgaria foto di Jean Marc

Dai nostri lettori

L’IPOCRISIA DEL CAPITALISMO LIBERALE MODERNO

News image

Il Capitalismo liberale moderno genera povertà, acuisce il divario sociale e sostituisce con la logica del p... Leggi tutto

Ultime notizie

Interviste e commenti

Intervista a Simone Cossu-a Sofia una nuova vita

News image

  Prima d'ora ci siamo incontrati soltanto una volta...

Interviste e commenti

Dal mondo

CINA E INDIA TORNANO A PARLARSI: IL FUTURO DELL’ASIA PASSA DA QUI

News image

Il primo ministro indiano Narendra Modie il president...

Dal mondo