oroscopo  Meteo
Italian - ItalyБългарски (България)

E052F411-B365-49A9-8F80-0E093F408CDF

Perché quel collega è stato promosso e tu no? Perché il capo ha affidato a un altro quell’incarico e non a te? Ti reputavi più capace, invece. Capita spesso di trovarsi di fronte a queste situazioni in ufficio e a volte non si riesce proprio a comprendere perché si verificano.

La verità è che, oltre i motivi legittimi, dietro una decisione del manager ci possono essere degli errori di valutazione, non del tutto intenzionali.

Gli psicologi li chiamano distorsioni cognitive: sono schemi del pensiero, preconcetti, che ognuno di noi usa nel giudicare gli altri. Influenzano le opinioni sui propri dipendenti, colleghi o capi, spesso decidono chi fa carriera e chi deve aspettare di più. Sul luogo di lavoro sono molto pericolosi, perché compromettono l’efficienza dei processi di selezione del personale e di valutazione delle competenze, che serve ad analizzare il contributo di ogni risorsa al raggiungimento degli obiettivi aziendali. Un compito che può essere svolto da responsabili delle risorse umane o dal dirigente stesso.

I pregiudizi conoscitivi sono parte di noi e non possono essere eliminati. Bisogna però cercare di riconoscerli come tali e ridurli al minimo.

Ecco i sette più comuni in ufficio di cui puoi essere vittima o autore:

1) Pregiudizio di gruppo

È quella forza che porta a intensificare i legami con le persone che appartengono al nostro gruppo e a vedere con sospetto o disprezzo gli estranei. In ambito lavorativo, si pensi ad esempio a quando si deve operare in team su un progetto. Questo schema mentale porta a sovrastimare il proprio gruppo e a credere invece che i successi di un altro insieme di persone siano determinati da cause esterne, come la fortuna, che non dipendono dalle qualità dei componenti. Causa anche la diffidenza nel giudicare un nuovo capo o un collega appena arrivato da un’altra.

2) Equazione personale

Un manager con un’autostima forte e una grande sicurezza personale è propenso a sopravvalutare i dipendenti che hanno delle caratteristiche simili alle sue. Può verificarsi anche il caso opposto: l’errore per contrasto è un preconcetto di un dirigente con bassa fiducia in se stesso che tende a favorire i collaboratori che presentano qualità che lui non ha e che vorrebbe sviluppare.

3) Pregiudizio di conferma

“Sono d’accordo con te”, “hai ragione”. Tutti vorrebbero sentirselo dire. Il desiderio di conferma fa sì che un leader dia la precedenza a chi avvalora le sue idee ed eviti le persone che lo mettono a disagio. È quell’automatismo del pensiero che conduce ad allontanare chi ci dice “non è come pensi”. Questo tipo di commenti minaccia le nostre sicurezze e la nostra identità. Definito dallo psicologo Raymond Nickerson nel 1998 come la ricerca o l’interpretazione di prove in modo che siano favorevoli alle nostre esistenti credenze, aspettative o ipotesi, a livello sociale agisce favorendo il conformismo e il disprezzo per le opinioni degli esperti. Le persone creative sono più resistenti a cadere in questo errore di giudizio perché sono sempre pronte ad accogliere nuovi stimoli e a gestire l’incertezza.

4) Fallacia del giocatore

AGF

Ne siamo spesso convinti a livello inconscio: gli eventi del passato influenzeranno in qualche modo i risultati futuriQuesto errore condiziona molti giocatori d’azzardoe scommettitori. Nella roulette, per esempio, la gambler’s fallacy si commette quando ci si fa l’idea che debba uscire per forza il rosso perché il nero è già uscito o viceversa. Sul luogo di lavoro, può crearsi una situazione simile. Se un dipendente è stato valutato sempre in modo positivo nel corso della carriera tenderà a ricevere ancora un buon giudizio, anche se a volte le sue prestazioni non saranno proprio ottime.

5) Pregiudizio della negatività

Considerato molto nocivo dagli psicologi del lavoro, consiste nel rivolgere un’attenzione spropositata agli elementi negativi, considerati più importanti di quelli positivi. Se sbagli una volta, sei marchiato per sempre. A causa di questa distorsione, si attribuisce più peso agli errori di un dipendente, capo o collega e si trascurano i successi e le competenze acquisite. 

6) Effetto alone 

Più comune nella selezione che nella valutazione del personale, ma presente dietro molte opinioni. Si ha quando a un soggetto viene dato un giudizio positivo o negativo in base a una caratteristica (come il fisico, il modo di vestire, la spigliatezza) e questa impressione viene allargata all’intera persona. Un esempio da manuale è l’estensione del concetto di “bello” a quello di “bravo”Una persona di belle apparenze potrebbe risultare a chi la esamina automaticamente molto competente sul lavoro, soltanto grazie al suo aspetto esteriore.

7) Pregiudizio dello status quo

Può essere d’ostacolo all’introduzione di qualsiasi tipo di novità o sperimentazione in un’impresa. Si tratta di una distorsione valutativa dovuta alla resistenza al cambiamento. Noiosa ma piacevole, in tutti gli ambiti della vita la routine è difficile da interrompere e si tenta, quindi, di mantenere le cose così come stanno. Il danno maggiore causato da questo pregiudizio è la supposizione ingiustificata che una scelta diversa potrà solo peggiorare la situazione. Al lavoro, porta a considerare con cautela chi propone di variare abitudini consolidate.

fonte : business insider 

photo_verybig_197948

fonte foto:pixabay.com

Il numero di persone costrette a lasciare le proprie case e paesi a causa di guerre e persecuzioni ha raggiunto i 70,8 milioni.

Questo è il livello più alto dalla creazione dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati nel 1950, secondo quanto riferito dalle Nazioni Unite in un rapporto pubblicato per le agenzie di stampa.

 Dalla fine del 2017 alla fine del 2018, gli sfollati interni ei rifugiati sono aumentati di 2,3 milioni.

Le cause dei numeri da record sono persecuzioni, conflitti, violenze e violazioni dei diritti umani, secondo gli autori del rapporto. Tra i paesi che contribuiscono a questa triste statistica ci sono Etiopia, Siria, Nigeria, Venezuela, Sud Sudan e Congo.

95A8D1C2-1F59-4E0A-9EA1-27E3FC1AC1D7

Dall’antica Grecia ai concerti rock: la lunga storia del “digitus impudicus”. Che potrebbe essere stato importato negli Usa dai primi immigrati italiani.

Per l’antropologo Desmond Morris, è uno dei più antichi gesti d’insulto di cui abbiamo memoria. E il suo significato è - da un punto di vista antropologico - inequivocabile. “Il dito medio rappresenta il pene e le dita arricciate su entrambi i lati, i testicoli”, scriveva Morris. “Così facendo, state mostrando a qualcuno un fallo, che è un comportamento molto primitivo”.

Origini. Le origini del dito medio si perdono nella notte dei tempi. Gli antichi romani lo usavano e gli avevano persino dato un nome: digitus impudicus (il dito indecente). Lo attestano le opere di due grandi testimoni del loro tempo: negli Epigrammi di Marziale (40-104 d. C.), un personaggio che ha sempre goduto di buona salute mostra il digitus impudicus a tre medici, quasi a volerli tenere a distanza, e lo storico romano Tacito (56-120 d. C.) scriveva che i membri delle tribù germaniche erano solite mostrarlo all'avanzata dei soldati romani.

Ma il gesto del dito medio era, come molte altre cose!, un’eredità del mondo greco. Nel 419 a. C., il drammaturgo Aristofane nella sua commedia Le nuvole, mostra un personaggio (Strepsiade) che gesticola con il dito medio. Alcuni storici ritengono che nel mondo greco fosse anche usato per indicare un rapporto omosessuale. Secondo Morris, che 40 anni fa pubblicò per Mondadori il libro L’uomo e i suoi gesti, le origini del “dito medio” sarebbero persino pre-umane, visto che anche alcune scimmie lo conoscono.

Dito rock. In anni più recenti, a sdoganare il dito medio sono state rockstar e popstar, da Paul Mccartney a Madonna, passando per Kurt Cobain, spesso immortalati nell’atto di mostrarlo in segno di spregio ai fotografi. Più che Aristofane e Marziale, però secondo Morris a ispirarli sarebbero stati primi immigrati italiani negli Usa, che lo importarono assieme alla pizza. Fu con loro che il gesto divenne popolare per mostrare il proprio malcontento a una persona. La prima evidenza fotografica del dito medio risale al 1886 quando un giocatore dei Boston Beaneaters (un'antica squadra di baseball) lo mostrò, mentre posava in una foto di squadra, probabilmente rivolgendosi ai rivali dei New York Giants.

Nuovi significati. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. E il dito medio ha perso un po’ del suo significato distintivo e non è nemmeno più tanto osceno, secondo Ira Robbins, professore di giurisprudenza alla American University di Washington DC, che ne ha studiato il ruolo nella giurisprudenza criminale. "Questo gesto è così ben radicato nella vita di tutti i giorni in molti paesi, e significa molte altre cose, come la protesta, la rabbia o l'eccitazione. Non è più solo un fallo".

Fonte: focus.it

Foto del giorno

68F65BBC-F3BC-437B-9286-61B33A67DD50
Foto del giorno Bulgaria (Sketches of Sofia)

Dai nostri lettori

I media e l'informazione

News image

In questo tempo in cui l’accesso alle informazioni è facilitato dai mezzi di comunicazione ed è diventato ac... Leggi tutto

Punti di vista

Pensare fuori dagli schemi genera creatività

News image

Il NYT a firma di un noto commentatore economico si incari...

Punti di vista | Alberto Cossu

Dal mondo