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La musica Indie non si ferma. Anzi, la melodia è sempre più forte. Al punto da valere ormai il 39,9% dell’intero mercato e spingendo la crescita del comparto. A metterlo nero su bianco è il “Wintel Worldwide Independent Market Report 2018”: il nuovo rapporto sul mercato globale dal quale emerge il ruolo della discografia indipendente, ovvero slegata dalla grandi multinazionali.

Un concerto dei Franz Ferdinand. Foto di Kevin Winter/Getty Images for KROQ

A livello globale, nel 2017, i produttori Indiesono cresciuti dell’11,3% a 6,9 miliardi di dollari riducendo la distanza dalla grandi major che lo scorso anno hanno registrato ricavi per 10,3 miliardi. E ancora: i dati, calcolati in base alla titolarità dei prodotti in commercio, mostrano che in Italia le etichette indipendenti rappresentano il 30% del mercato discografico nazionale (due punti percentuali in più rispetto al 2016). La ricerca Wintel sottolinea anche come il 77% degli artisti decida di rinnovare il proprio contratto con le etichette indipendenti: una scelta spesso motivata dal fatto che spesso le piccole case discografiche riescono a creare rapporti più profondi gli artisti della loro scuderia. A differenza delle grandi major che hanno in squadra catologhi infinite e decine di gruppi e cantanti, gli indipendenti hanno numero molto più ridotti.

Calcutta (Edoardo D’Erme), in concerto all’Arena di Verona. Foto Agf

“Questi dati confermano l’importante ruolo dell’industria musicale indipendente in tutto il mondo e la continua crescita sul mercato” ha dichiarato Mario Limongelli, presidente dei Produttori Musicali Indipendenti (Pmi) che poi ha aggiunto: “Siamo molto soddisfatti di questi risultati che premiano la ricerca e lo sviluppo delle nostre aziende”.

I Meganoidi in concerto. Foto Agf

Il rapporto Wintel evidenzia, quindi, una crescente influenza e autorità del settore Indie. Basti pensare che nel 1998, le etichette indipendenti valevano il 20% del mercato musicale, mentre oggi sono salite al 39,9%. La progressione è ancora più impressionante se parametrata al momento storico. Alla fine degli anni Novanta, la musica ha attraversato il suo periodo più turbolento: tra il 1999 e il 2011, il settore ha chiuso sempre in rosso con una progressiva riduzione dei ricavi. Poi, nel 2012, la prima, timida inversione di tendenza con una crescita dello 0,3% a 12,6 miliardi di euro. All’epoca le major controllavano il 75% dell’industria con un giro d’affari di 9,45 miliardi lasciando agli altri solo le briciole.

Thom Yorke dei Radiohead, storica band indie. Foto di Kamil Krzaczynski / AFP/ Getty Images

In cinque anni la situazione è cambiata radicalmente: le major si sono di fatto fermate, mentre le etichette indipendenti hanno raddoppiato il loro giro d’affari. “La spiegazione del fenomeno è semplice – dice Luca Barone, segretario generale dei Produttori musicali indipendenti -. Le grandi major fanno cassa con i loro cataloghi sterminati, i produttori Indie, invece, investono nella ricerca e nella crescita di nuovi artisti. Ovviamente è una strategia più rischiosa, ma può rendere molto bene”.

The Killers. Foto di Kevin Winter/Getty Images for ABA

Ad aiutare gli indipendenti sono anche i ricavi dall’ascolto della musica in streaming. Nel 2016, a livello globale, gli abbonati a servizi di streaming erano 64 milioni; lo scorso anno sono saliti a 176 milioni. “La crescita dello streaming a pagamento è una delle grandi novità per le etichette indipendenti – si legge nel rapporto -. Le entrate sono aumentate del 46% a 3,1 miliardi di dollari arrivando a pesare per il 44% del reddito complessivo contro il 33% dell’anno primo. Ci stiamo avvicinando un punto di svolta, perché forse, già da quest’anno lo streaming rappresenterà il 50% dei ricavi”. Secondo gli esperti, la crescita non è casuale. Le etichette indipendenti, infatti, sono state più veloci ad adeguarsi all’evoluzione del mercato. E oggi, il 47% delle compagnie Indie sostiene che lo streaming faciliti è flussi di cassa.

Spotify

Di certo sono numeri incoraggianti: per le etichette indipendenti vuol dire che l’investimento a lungo termine nella ricerca e nello sviluppo degli artisti rappresenta più un vantaggio che un costo nell’epoca dell’ascolto della musica online. Secondo Wintel, “mentre le grandi etichette spendono cifre enormi alla ricerca di una singola hit, gli indie investono a lungo termine. E in questo modo stanno costruendo un modello di business sostenibile nel lungo periodo”.

Adele. Foto di Gareth Cattermole/Getty Images for September Management

Per Limongelli, addirittura, il mercato delle major non potrebbe esistere senza le piccole etichette “che fanno crescere gli artisti e a differenza delle major vanno in cerca di nuovi talenti. Basti pensare al caso di Adele che ha venduto milioni di album in tutto il mondo. L’80% dei nuovi artisti arrivano delle case indipendenti: senza di noi le major non esisterebbero”.

Fonte:business insider Italia 

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