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C’è chi lavora per 4 euro l’ora e chi non vede la famiglia per giorni, chi fatica per 210 ore ma se ne vede retribuite solo 120. Una lunga teoria di lavori low cost, ma solo per i datori di lavoro, come fa notare La Stampa che enumera una serie di esempi in cui i lavoratori si spaccano la schiena, o sono comunque sfruttati, e ricevono retribuzioni da fame.

In mancanza di un salario minimo dovrebbe valere la contrattazione collettiva, ma questa viene di sovente aggirata. Così tante persone, soprattutto giovani, si trasformano nei nuovi schiavi del cosiddetto turbocapitalismo. Carne da macello in balia di un neoliberismo spietato che, in questo mondo globalizzato, non guarda certo alla salvaguardia dei diritti basilari dei cittadini.

I settori

Sono coinvolti vari settori: da quello agricolo a quello della ristorazione, da quello alberghiero a quello sportivo o culturale. Diventa di conseguenza normale che Marco, cameriere di catering e Enrico, fattorino in bicicletta, non vadano oltre i 7 euro l’ora, ma solo sulla carta. Che Dario, educatore in subappalto dei servizi sociali del comune di Milano, non superi i mille euro al mese pur lavorando tutto il giorno. Sia perché la retribuzione non è gran che, sia perché sono poche le ore lavorate, o addirittura perché vengono alla fine riconosciute meno ore di quelle realmente impiegate.

Le spese

Senza contare i lavori nei quali metà dello stipendio se ne va in spese, per esempio per la benzina o il trasporto, come accade a Luca, postino per una società privata in Veneto che deve consegnare 15mila buste al mese con la sua auto. E poi in molti di questi lavori non si pagano gli straordinari, oppure vengono detratti i tempi morti in cui non si è davvero attivi. A Enrico, per esempio, capita che quando consegna pizze a domicilio con la sua bici, per 5,60 euro l’ora, più un incentivo di 1,20 euro per ogni consegna in base al contratto di collaborazione, non viene "pagato nei momenti di calma, di mattina o pomeriggio”. In tal modo Enrico a ottobre ha incassato 450 euro, nonostante i chilometri e chilometri macinati. Senza contare che in caso di infortunio o malattia sono solo problemi suoi. In quel caso, semplicemente, il suo turno di lavoro lo fa un altro.

Molto lavoro, pochi diritti

Un ritornello ricorrente: molto lavoro con poco stipendio e niente diritti. G. è un ragazzo africano arrivato dal Corno d’Africa e per 12 ore al giorno sposta colli nei magazzini di undiscount. Alla sera la schiena è a pezzi e le gambe molli. Nero su bianco ha una retribuzione regolare ma a fine mese le ore da 210 diventano 140. La morale? E’ una fortuna se ogni mese si mette in tasca mille euro. Luis invece è un autista peruviano residente a Brescia. “passo più tempo in cabina che a casa… quando sono troppo lontano o stanco dormo in cabina”, dice. Certi ritmi li subiscono anche gli autisti dei Tir, ma quelli godono di periodi di breck obbligatori. I “padroncini” invece su quelle regole non possono contare. Lavorano in conto terzi e sono costretti a correre il più possibile. Straordinario non ne esiste e ogni mese racimolano circa 1400 euro. Ma quanto tempo ci vuole. “Se voglio vedere la mia fidanzata – afferma Luis – devo portarla in cabina con me”.

Tempo tiranno

Il tempo è tiranno anche per Luca. Lui fa il postino in subappalto in Veneto. Inizia il lavoro alle 6 di mattina. Una pausa di 30 minuti e via, fino alle 8 di sera. Il sabato fino alle tre. La liberalizzazione dei servizi postali ha dato accesso a circa 2mila titolari di licenza e a tante società che sfoderano contratti “fantasiosi”, come racconta La Stampa. “Nella busta paga risulta che mi pagano a ore, in realtà è un cottimo – rivela Luca – per ogni busta prendo da 5 a 8 centesimi”. La retribuzione è di circa mille euro ma “devo levare le spese di benzina, caselli e costi della mia auto”. Alla fine dopo tanto lavoro e sbattimento non arriva in realtà a 600 euro al mese.

Non è più rosea la situazione di Marco che lavora nel catering. Fa il cameriere. Si ritrova con gli altri ragazzi, parte in auto e non sa dove verrà inviato. Il tempo di viaggio ovviamente è gratis. Negli week-end capita che devono percorrere chilometri. Tutto per 6 euro l’ora con un contratto in ritenuta d’acconto. Arriva a 70 chiamate in 30 giorni, un tour de force pazzesco. Spesso non ha nemmeno il tempo di farsi la barba, e per questo viene multato.

L'agricoltura e le donne

Ma il settore più tartassato resta quello dell’agricoltura. Francesca ha 50 anni, si alza all’alba, per raccogliere ciliegie e uva in Puglia. Dovrebbe ricevere 52 euro a giornata per 6 ore di lavoro. Di fatto ne riceve 28, quando va bene 30. Se prende mille euro al mese è fortunata. “Sanno che non abbiamo scelta”, dice amaramente. Le donne sono spesso soggetti ancora più deboli degli altri, e questo anche in altri settori. Elena lavora nel Lazio in una ditta di pulizie. Il suo contratto sembrerebbe invidiabile. La paga oraria è di 7,58 euro all’ora. Invece a fine mese guadagna solo 300 euro. Il monte ore infatti prevede 10 ore alla settimana divise in tre giorni. Prendere o lasciare.

Educatore e insegnante all'università

Un problema che coinvolge anche Dario, educatore in una cooperativa che lavora per il comune di Milano. Si occupa di disagio giovanile e progetti contro il bullismo. Gli spostamenti però non sono retribuiti e lui passa più ore in metro o bus che negli interventi veri e propri. Alla fine non va oltre i mille euro al mese. “Spesso esco di casa la mattina presto, torno la sera tardi. Mangio dove capita per arrivare in tempo dagli utenti che seguo. Incrocio la mia ragazza solo nei fine settimana, anche se viviamo insieme. Spesso quando rientro lei già dorme”. Pensare che insegna anche all'Università. E pensare che c'è ancora chi ritiene (dimostrandolo nei fatti) che il lavoro non sia la prima emergenza per l'Italia.

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