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Europa

 

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Un via libera atteso, ma che passerà comunque alla storia. Come richiesto la scorsa settimana dalla Commissione, l'Ecofin ha approvato l'attivazione della clausola di sospensione del Patto di Stabilità, cioè l'impianto di regole sul rispetto dei conti pubblici per i Paesi membri. "La severa recessione attesa
quest'anno richiede una risposta risoluta, ambiziosa e coordinata. Dobbiamo agire con decisione, per assicurare che lo shock resti il più breve e limitato possibile, e non crei danni permanenti alle nostre economie e quindi alla sostenibilità delle finanze pubbliche nel medio termine", scrive l'Ecofin nel comunicato finale parlando dell'emergenza del coronavirus

"I ministri concordano con la valutazione della Commissione, cioè che sono rispettate le condizioni per l'utilizzo della clausola di salvaguardia: una severa recessione nella zona euro o nella Ue. L'uso della clausola assicurerà la flessibilità necessaria a prendere tutte le misure che sostengono salute, protezione civile ed economia anche attraverso un'azione di stimolo aggiuntivo, discrezionale e coordinato", scrivono i ministri.

"I ministri restano pienamente impegnati al rispetto del Patto. La clausola consentirà a Commissione e Consiglio di attuare il necessario coordinamento, mentre ci si discosta dai requisiti di bilancio che normalmente si applicherebbero, allo scopo di affrontare le conseguenze economiche della pandemia", si legge nel comunicato.

Si tratta di una decisione ampiamente attesa, se si pensa che molti Paesi hanno già varato manovre economiche per contrastare l'emergenza che già farebbero sforare i tetti in vigore fino ad oggi. Da ultima,  la Germania, che ha appena approvato un intervento da 156 miliardi di euro.                                                                                                                                                                                                                  Fonte:repubblicait

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Le imprese europee stanno diventando sempre più pessimiste sulle prospettive economiche, secondo il nuovo Rapporto sugli investimenti della BEI 2019/2020. Il rapporto rileva inoltre che gli investimenti nella mitigazione dei cambiamenti climatici sono inferiori a quelli delle principali economie come gli Stati Uniti e la Cina. Gli investimenti nelle infrastrutture sono bloccati all'1,6 per cento del PIL dell'UE, il più basso degli ultimi 15 anni e l'Europa non riesce a raccogliere i frutti della trasformazione digitale. La relazione, che riflette i risultati dell'indagine annuale sugli investimenti della BEI (EIBIS) di 12.500 imprese europee, raccomanda che l'UE tragga vantaggio da tassi di interesse storicamente bassi, aumenti gli investimenti pubblici, catalizzi gli investimenti privati ​​e promuova l'intermediazione finanziaria efficiente per affrontare il rallentamento. Commentando i risultati del rapporto, il vicepresidente della BEI Andrew McDowell ha dichiarato: "L'Europa non può permettersi di aspettare un'altra recessione ciclica. Dopo un decennio perduto di investimenti deboli, dobbiamo affrontare il rallentamento ora se vogliamo rispondere alle sfide storiche che stiamo affrontando. La BEI, in quanto braccio finanziario e banca climatica dell'UE, ha svolto un ruolo cruciale nel rilanciare gli investimenti in Europa dopo la crisi finanziaria e ora siamo pronti a sostenere ulteriormente gli investimenti per un'economia europea più sostenibile e competitiva ". L'attività di investimento nell'UE si è ora ripresa dall'ultima recessione, con investimenti fino a quasi il 21,5 per cento del PIL dell'UE. Questo è 0,5 punti percentuali al di sopra della media di lungo periodo. Tuttavia, i dati della BEI Investment Survey 2019 mostrano che le imprese dell'UE sono diventate più pessimiste sul contesto politico e normativo e ora si aspettano che il clima macroeconomico peggiori. Il numero di imprese dell'UE che intendono ridurre gli investimenti è aumentato per la prima volta in quattro anni. Le imprese dell'UE sono anche più pessimiste rispetto ai loro pari statunitensi, il che suggerisce un ambiente di investimento piuttosto fragile in futuro. La relazione sugli investimenti della BEI mostra che, sebbene siano stati compiuti progressi sostanziali, gli investimenti per l'azione per il clima nell'UE non sono ancora sulla buona strada. Per raggiungere un'economia netta a zero emissioni di carbonio entro il 2050, l'UE deve aumentare gli investimenti totali nel suo sistema energetico e nelle relative infrastrutture dal 2% al 3% del PIL in media. L'Unione europea ha investito 158 miliardi di euro nella mitigazione dei cambiamenti climatici nel 2018. Con l'1,2 per cento del PIL, questo è ora leggermente inferiore agli Stati Uniti (1,3 per cento) e poco più di un terzo della performance cinese (3,3 per cento del PIL) . Mentre gli Stati Uniti guidano la spesa in R&S legata al clima, la Cina ha recentemente quadruplicato la propria spesa, superando l'UE. Le scarse prestazioni dell'Europa nella R&S legata al clima sono una minaccia per la sua competitività, data l'importanza che le tecnologie ancora immature avranno nella transizione, afferma il rapporto. L'adozione delle tecnologie digitali in Europa è lenta, con un crescente divario digitale tra le imprese. Le aziende digitali tendono a investire di più, innovare di più e crescere più velocemente, godendo del vantaggio della prima mossa. Tuttavia, solo il 58 percento delle imprese in Europa è digitale rispetto al 69 percento negli Stati Uniti, con un divario particolarmente marcato nel settore dei servizi (40 percento contro 61 percento). Secondo il rapporto, il 30% delle aziende più piccole e di medie dimensioni in Europa (di età superiore ai 10 anni) è costantemente non digitale.

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Samos, Grecia - Le baracche dei migranti sovrastano Vathy. Centinaia di tende colorate padroneggiano la baia spingendosi sempre più a ridosso alla cittadina greca. Nella "giungla" dei migranti, il formicaio costruito intorno all'hotspot dell'isola di Samos, migliaia di immigrati vivono ammassati tra i ratti. È questo il vero simbolo della nuova crisi che sta per invadere l'Europa, di nuovo vittima del ricatto della Turchia.

Il presidente turco nei giorni scorsi ha avvertito Bruxelles: le frontiere con Grecia e Bulgaria saranno riaperte a breve se l'accordo non sarà rinegoziato. Intanto il cordone che per anni ha tenuto chiusi i confini comicia a sgretolarsi. Da Istanbul il flusso è rincominciato, come un avvertimento. Quest'anno nelle isole greche sono approdati oltre 36mila migranti, contro i 32mila del 2018. Negli hotspot di Lesbo, Samos, Kos e Kios ne sono stipati oltre 20mila. Lo stesso vale per la Bulgaria, dove il "muro" sorto al confine con la Turchia scricchiola sotto i colpi dei quasi mille migranti che sono riusciti a oltrepassare la frontiera aggirando le difese.

Il controllo dei flussi migratori a Est, in fondo, è tutto nelle mani di Erdogan. Qualora Istanbul decidesse di aprire i rubinetti, l'Europa rischierebbe uno tsunami simile a quello del 2015. Nei giorni scorsi il sultano e Angela Merkel si sono sentiti al telefono per evitare una nuova crisi sull'immigrazione. Senza un accordo, a farne le spese saranno Grecia e Bulgaria. E poi tutta l'Europa.

Per questo sia Atene che Sofia si sono scagliate duramente contro il "ricatto" di Erdogan. Il premier greco, Kyriakos Mitsotakis, ha ammonito il presidente turco di non "minacciare la Grecia e l'Europa sui migranti, nel tentativo di ottenere più soldi". Più duro il ministro della Difesa bulgaro, Krasimir Karakachanov, che oggi ha evocato l'uso della forza per contrastare l'ingresso illegale di clandestini dalla Turchia all'Ue. "Le forze armate sono pronte a reagire se aumenterà la pressione dei rifugiati sul confine - ha detto - Attualmente, la situazione al confine è normale, ma se la pressione migratoria aumenta, è possibile inviare immediatamente fino a duemila militari nella regione. Avranno attrezzature militari, compresi recinzioni mobili". La tensione è alle stelle.

IlGiornale.it nei prossimi giorni vi racconterà gli effetti del ricatto di Erdogan, le mancate promesse dell'Ue, il dramma dei bambini abbandonati tra i serpenti. Perché le isole della Grecia, così come la Bulgaria, saranno le prime a dover fronteggiare un'eventuale rottura della diga. E in parte lo stanno già facendo.

Dalla strada che corre intorno all'isola di Samos, la Turchia è visibile a occhio nudo. Il regno di Erdogan è lì a un passo, distante quel chilometro e mezzo di mare che divide le due coste. "Sono partito da Smirne a bordo di un gommone. E così hanno fatto i miei amici", ci racconta un giovane siriano. Ogni notte nella piccola isola dell'Egeo orientale ne arrivano a centinaia. I numeri sono scritti in rosso sulla lavagna appesa nell'ufficio della polizia all'interno dell'hotspot: 230, 145, 95, 172 immigrati sbarcati ogni giorno. Il campo profughi di Samos può ospitare solo 648 migranti. Oggi ce ne sono oltre 5mila. Il risultato è che i turisti si allontanano, i commercianti si lamentano e la polizia occupa il 40% del suo personale per controllare gli stranieri ammassati nelle baracche. "Prima o poi esploderà una rivolta", assicura un negoziante. L'immigrazione può destabilizzare l'intera regione. Erdogan lo sa e vuole sfruttare la paura a suo favore.

Fonte:ilgiornale

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