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Anche Croazia e Bulgaria avviano il percorso per entrare nell'euro

Sia la Croazia che la Bulgaria hanno ufficialmente iniziato il percorso per entrare nell'euro. I due Paesi sono stati ammessi nel Meccanismo di cambio II (Erm II), considerato l'anticamera per l'adesione alla moneta unica europea.

Il percorso verso l'euro

La Croazia aveva fatto domanda esattamente un anno fa e il Paese è più che mai convinto della scelta con il governo conservatore di Andrej Plenkovic, riconfermato a inizio mese alle elezioni politiche, che ha messo tra le proprie priorità strategiche l'adozione della valuta comunitaria. La Commissione europea ha accolto accoglie con favore la decisione dell'Eurogruppo di includere il lev bulgaro e la kuna croata nell'Erm II e anche la decisione del Consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce) sulla stretta cooperazione con entrambi i paesi, "che segna il loro ingresso nell'Unione bancaria". “Entrambi gli Stati membri devono ora partecipare al meccanismo senza gravi tensioni e, in particolare, senza svalutare il loro tasso centrale valutario rispetto all'euro di propria iniziativa, per almeno due anni prima che possano qualificarsi per adottare l'euro", sottolinea la Commissione in una nota.

Simbolo di prosperità

"L'euro è un simbolo tangibile di unità europea, prosperità e solidarietà. Questa decisione riconosce le importanti riforme economiche già intraprese da Bulgaria e Croazia, confermando al contempo l'attrattiva costante della moneta unica europea. Continueremo a sostenere entrambi i paesi mentre intraprendono i passi successivi e finali verso l'adesione all'area dell'euro", ha dichiarato la presidente Ursula von der Leyen.



Anche Croazia e Bulgaria avviano il percorso per entrare nell'euro

19 Stati con la moneta unica

Tutti i membri dell'Unione europea, salvo la Danimarca, si sono impegnati ad aderire all'euro ma al fuori dal meccanismo di cambio restano ancora Svezia, Romania, Polonia, Ungheria e Repubblica ceca mentre l'ultimo Paese ad adottare l'euro, il 19esimo, è stata la Lituania nel 2015, dopo aver atteso però 11 anni nell'anticamera. Dopo che la Croazia e la Bulgaria avranno adottato l'euro, i governatori delle loro banche centrali si uniranno al Consiglio direttivo della Bce e contribuiranno a stabilire la politica monetaria per la Zona euro.



Fonte:europa.today.it

 

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Le indicazioni di Bruxelles sulla riapertura delle frontiere

“Le restrizioni ai viaggi ed i controlli alle frontiere Ue dovrebbero essere gradualmente revocati se gli sviluppi epidemiologici proseguono con l’attuale trend positivo e quando ci sarà un livello sufficientemente basso. Se questo non è subito possibile, le restrizioni ai viaggi ed i controlli alle frontiere dovrebbero essere revocati per le regioni, le aree e gli Stati membri con un’evoluzione positiva ed una situazione epidemiologica abbastanza simile“, sono le indicazioni di Bruxelles.

In sostanza, la Commissione vuole che si riaprano le frontiere in modo omogeneo, ma se la situazione migliora in modo considerevole solo in certe zone, si potrà procedere a una riapertura delle frontiere fra paesi e regioni con situazione simile.

Spostamenti fra aree con situazione virus simile

Si profila quindi una riapertura fra zone con diffusione del virus bassa, mentre resterebbero ancora restrizioni con le aree dove la situazione virus è stata finora più pesante. In cosa si tradurrà questo è difficile sapere oggi, perché si attendono le decisioni de governi.

Italia e Spagna penalizzate?

Il giornale la Repubblica ipotizza una situazione di penalizzazione per i paesi più duramente colpiti, come Italia e Spagna, che resterebbero fuori dai corridoi di apertura. La realtà è che oggi è ancora impossibile sapere come avverranno le riaperture.

L’indicazione della Commissione è di permettere gli spostamenti fra paesi europei nei prossimi mesi, quindi durante l’estate, per evitare che il settore turismo sia ulteriormente danneggiato dal prolungato blocco degli spostamenti.

Secondo l’Ue i singoli paesi dovranno permettere ingressi nel paese da aree geografiche con “una situazione epidemiologica simile“. Italia, Francia, Gran Bretagna e Spagna, ad esempio, sono state colpite in modo molto severo dall’epidemia, ma molto meno paesi come la Grecia ed il Portogallo, o Germania e Austria. Queste sarebbero quindi aree con una situazione epidemiologica diversa.

Tre fasi di riapertura

L’idea è quella di una riapertura graduale delle frontiere tra Paesi con una situazione di diffusione del virus simile. Si dovrebbe arrivare alla riapertura totale delle frontiere in tre fasi. Ora ci troviamo nella fase zero, con frontiere ancora chiuse e forti limitazioni agli spostamenti.

Allo studio anche un sito web europeo sul quale saranno indicate tutte le informazioni per chi viaggia, per sapere dove sono ancora attivi controlli e limitazioni.

Al momento, comunque, quelle di oggi sono solo indicazioni e non sono state fissate date. Bisogna attendere le decisioni dei singoli paesi.

Nei giorni scorsi nove paesi europei (Italia, Francia, Grecia, Spagna, Portogallo, Malta, Cipro, Bulgaria, Romania) hanno chiesto alla Commissione Europea un piano di rilancio del turismo e di stabilire regole di viaggio omogenee.          Fonte: Itagnol

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Abituati al piccolo cabotaggio, al chiacchiericcio politico fatto di sgambetti, ripicche e testacoda, ci sfugge forse un dettaglio che non è un dettaglio, anzi è il punto centrale: con 150 miliardi a disposizione (le cifre sui soldi disponibili per affrontare la crisi, in prospettiva sono più o meno queste) si potrebbe, volendo, cambiare il Paese.

Lo dico subito: all’ipotesi speranzosa – ai confini del misticismo – che dopo “saremo migliori” non do molto credito, e lascio a ognuno interpretare i numerosi segnali di incattivimento. E’ evidente a tutti, comunque, che la battaglia per chi gestirà quei soldi, come li distribuirà, con quali regole, con quali benefici, a chi, quando e in che misura, è più attiva che mai.

Si segnala per tigna e determinazione, il mondo delle imprese, insomma il non eccelso capitalismo italiano che rivendica un ruolo centrale, si oppone ai finanziamenti “a pioggia” (sugli altri), ancora mugugna sul reddito di cittadinanza (assistenzialismo!) e chiede valanghe di soldi a fondo perduto per sé (assistenzialismo, ma, sembrerebbe, più nobile perché invece dei poveracci riguarda gli imprenditori).

Insomma il ritornello è sempre quello: che se stanno bene gli imprenditori poi, a cascata, staremo meglio tutti, tesi smentita da almeno trent’anni di politiche sul lavoro, ma a ancora valida nella narrazione padronale.

La storiella si incrina un po’ quando si parla di regole e controlli. Esempio: se lo Stato “regala” una cascata di soldi a un’azienda, quali richieste di garanzia potrà mettere in atto?

Piccole cose elementari: niente aiuti a chi licenzia, per esempio (o divieto di licenziare per chi prende aiuti, fa lo stesso). Oppure un rappresentante pubblico nei CdA, giusto per controllare che i soldi di tutti non finiscano nell’acquisto di una barca nuova anziché andare alla produzione e ai salari per le famiglie.

O ancora: niente soldi a chi delocalizza, o ancora: niente soldi a chi ha situazioni fiscali non cristalline (tipo la residenza fiscale in Olanda, per dire). Tutte cose non così peregrine, insomma, davanti alle quali si è subito alzato un muro di granito.

Le giaculatorie padronali riguardano il vecchio intramontabile ritornello che lo Stato deve stare lontano dagli affari, il che però si incastra proprio male con la richiesta costante e pressante di soldi pubblici.

Traduco: il liberismo ama tanto quella manina invisibile del mercato che sistema tutto, ma poi capita che quella manina si presenti col cappello in mano a chiedere soldi, e allora tutte le belle teorie sul mercato che si autoregola vanno un po’ a farsi benedire.

Le obiezioni a qualunque possibile controllo statale sulle aziende che beneficerebbero di finanziamenti, insomma, sono di tipo ideologico. La prima, un po’ sorprendente, dice che mettendo qualcuno a controllare come le aziende spendono i soldi nostri aumenterebbe la corruzione. Come dire che, uff!, se mi mettete qui qualcuno a controllare, poi mi tocca corromperlo. Strana difesa.

Altri, più fantasiosi, gridano ai Soviet e all’economia di Stato, e si inalberano anche quando si chiede una partecipazione dei lavoratori alle scelte strategiche delle aziende. Vade retro, pussa via! Ma dove siamo, eh, a Mosca negli anni Trenta?

Sfugge a costoro, anche se lo sanno bene, che in Germania questo già succede, e anche con buoni risultati.

Insomma, il mood confindustrial-italico è “dateci i soldi e fatevi i cazzi vostri”, in pratica la richiesta di un capitalismo assistito ma senza contropartite. In questo modo, la cascata di miliardi in arrivo non solo non cambierà il Paese, ma finirà per perpetuare all’infinito il sistema delle diseguaglianze che la pandemia ha reso visibile a tutti.

E dopo, quando saremo peggiori, potrà continuare imperterrita la storiella che lo Stato deve stare alla larga dal mercato, salvo cacciare soldi a pioggia quando servono.

* da Il Fatto Quotidiano

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