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Refugees_Harmanli

Foto: Cesare Giana

Il campo profughi di Harmanli è un ex complesso militare dell'esercito situato a poche decine di chilometri dalla frontiera con la Turchia. Qui ci sono oltre 1500 persone per la gran parte siriani di etnia curda scappati dalla guerra ed entrati irregolarmente in Bulgaria attraverso il confine con la Turchia che il governo di Sofia non ha ancora nemmeno identificato e che sopravvivono n condizioni estreme.

Quando si entra dal cancello del compound si vieni assaliti da un forte odore di fumo dei fuochi che i rifugiati (tra cui anche africani, pakistani, iracheni) accendono davanti alle tende per riscaldarsi e cucinare. Le condizioni di vita sono molto dure: ad eccezione di una struttura in muratura con finestre rotte e bagni fatiscenti dove si sono accampate per terra varie famiglie e ad una fila di container appena consegnati, la gran parte di questi disperati vive ancora in tende non riscaldate dove piove dentro e il freddo ti penetra nelle ossa. «Per riscaldarci bruciamo la legna che troviamo e di notte, quando la temperatura si abbassa, cerchiamo di muoverci e camminare attorno alle tende per non morire di freddo», dice Rada arrivato qui da una settimana e, come gli altri «ospiti» di questa struttura, non è ancora stato registrato e non ha ancora potuto chiedere lo status di rifugiato. «Voglio andare in Germania a lavorare», dice.

Non viene distribuito cibo che i profughi devono pagare di tasca propria, non c'è assistenza medica nemmeno per i bambini che sono alcune centinaia. Dall'inizio del 2013 sono arrivate da questa frontiera oltre 12.000 persone condotte qui da organizzazioni criminali in pullman e minibus e ora ospitate in vari centri disseminati in tutto il paese: 250 euro il prezzo pro capite del passaggio in Europa.

Una piccola e dimenticata crisi umanitaria che la Bulgaria sembra non riuscire a domare con le proprie forze. Del resto la situazione politica che il paese balcanico sta attraversando con un governo senza maggioranza che riunisce partiti tra loro agli antipodi non aiuta. Lo spettro della crisi politica e delle elezioni anticipate è sempre dietro l'angolo anche a causa delle manifestazioni di piazza che ogni giorno si susseguono da oltre 180 giorni.

Il governo guidato dal socialista Oresharsky si è dimostrato del tutto impreparato a ricevere le ondate di profughi e in tutta risposta ha saputo offrire loro solo povere condizioni di vita e poche risposte alle richieste di asilo. Di contro, sulla falsariga di quello che fece la Grecia nel 2010, ha deliberato la costruzione di un muro di cemento lungo trenta chilometri che chiuderà ermeticamente il tratto di frontiera incustodita nei pressi della cittadina di Elhovo e che verrà ultimato a primavera. Non tutti i centri dei rifugiati sono, come quello di Harmanli, ai limiti della decenza umana. Nelle due ex scuole di Voenna Rampa e Vrazhdebna situate alla periferia di Sofia, dove comunque le condizioni di vita permangono molto dure, a prendersi cura dei profughi ci sono le organizzazioni internazionali e le ong locali. La Croce Rossa bulgara finanziata dalla Federazione internazionale e dalla Croce rossa svizzera distribuisce cibo, kit igienici e due volte alla settimana i loro volontari più giovani fanno giocare i piccoli rifugiati. E lo stesso sta facendo l'Unhcr, l'Alto Commissariato dei profughi che ha stanziato dei fondi straordinari per migliorare l'accoglienza dei siriani. Come racconta Roland Weil, rappresentante Unhcr in Bulgaria. «Il nostro impegno, oltre a quello di fornire aiuto alle autorità locali, si è concretizzato anche nel supporto tecnico e finanziario al fine di mettere il governo bulgaro nelle condizioni di migliorare l'accoglienza dei richiedenti asilo». Poi in conclusione pur non perdendo l'aplomb diplomatico denuncia: «Sulla costruzione del muro non siamo d'accordo col governo. Per noi le frontiere devono essere aperte soprattutto per quelle persone che necessitano di protezione internazionale e devono essere in grado di richiedere asilo politico». Fonte: http://www.corriere.it

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