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Italian - ItalyБългарски (България)

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Addio a biscotti e caffellate a casa, e a brioche e cappuccino al bar. Gli italiani hanno scoperto la colazione salutista, e sembrano ormai sulla via della conversione. O almeno, così paiono attestare i dati di vendita di alcuni prodotti alimentari oggi sulla cresta dell' onda. Ma sarà proprio così?
Il dato arriva dall' Osservatorio Immagino Nielsen GS1, che ha analizzato le informazioni presenti sulle etichette di 54.300 prodotti alimentari di largo consumo posizionati nell' area della prima colazione, e le ha incrociate con i dati delle vendite della grande distribuzione italiana. Morale della favola? Noi italiani cerchiamo sempre più prodotti senza le caratteristiche ormai demonizzate dai media: senza grassi, senza zuccheri. Per converso, sembra siano sempre più diffusi alimenti che dimostrino di contenere cose che "fanno bene": fibre, avena, farro... Non parliamo poi dell' olio di palma, contenuto soprattutto in biscotti e dolcetti, al centro di una campagna infuocata ormai un paio d' anni fa, e polarizzata tra chi lo rigettava in toto e chi (scienziati di fama) sostenevano che viceversa non fosse così cattivo come lo si dipingeva.

Senza olio di palma - Ebbene, pare che i prodotti "free from" (senza grassi etc.) abbiano registrato una crescita del 3,8% nel 2017 su tutto il panorama vendite, arrivando a costituire addirittura il 42,1% di tutto il consumo da prima colazione. Cresciuti ancora di più quei prodotti che non sono senza zucchero, ma semplicemente biologici certificati: + 8,3%. Gli italiani dunque sembrano badare non solo alla salute, ma anche alla qualità complessiva della filiera produttiva. Il maggiore incremento è registrato dalle cibarie garantite senza olio di palma: un bel + 13,1%. Si consuma anche una maggior quantità di zucchero di canna, mentre l' impiego di semi alla moda, come quelli di lino e di chia, si è rivelato stabile. Progressi anche nell' uso della farina di riso, il cui acquisto è sempre più propiziato dallo spinoso problema delle intolleranze al glutine.
Questo per quanto riguarda la colazione a casa. E quella al bar? È vero, spesso la brioche del bar, immarcescibile totem del nostro inizio giornata, troppo spesso è deludente, scongelata e riscaldata, e magari preparata non col burro ma con la margarina, non per ragioni di veganismo ma, più prosaicamente, perché per l' industria è più economica. Fatto sta che proliferano locali trendy, dallo stile ammiccante, che propongono quinoa, yogurt variamente scremati, beveroni di frutta assolutamente ineccepibili per il salutista. Sovente, a prezzi non proprio amichevoli, come del resto non sono a buon mercato molti dei prodotti similari che si trovano in negozio o al supermercato.
Ma indaghiamo sui social. Su instagram c' è l' hashtag #colazioneitaliana: le foto delle colazioni, da sempre, sono le più gettonati dai frequentatori di questo social network di immagini. E che ci vediamo? Latte scremato?
No. Un numero esorbitante di soffici torte: alle prugne, al cioccolato, al cocco. Poi, cose non propriamente italianissime né dietetiche, ma ghiottissime, come i pancake americani.

Bacon e uova - Ma la parte del leone la fanno sempre loro: gli inossidabili brioche e cappuccino. Vediamo voluttuosi cappuccini di tutte le fogge, col cacao sopra a modellare cuoricini o figure artistiche di ogni genere. Accanto, il croissant (anzi, il cornetto), semplice, con lo zucchero in granelli o ripieno di confettura o cioccolato. Per chi vuole strafare, il bombolone alla crema, una roba non esattamente minimalista. La colazione italiana, nella storia, si distingue da quella inglese, americana o nordica per la sobrietà: niente uova, salsicce, bacon, toast dolci caramellati. Eppure, un cappuccino con una spuma ben montata e una bella, burrosa brioche non sono certamente un ripiego desolante.
Cosa dobbiamo concludere? Forse gli italiani fanno sì più colazioni con crusche e latte di soia, ma si divertono davvero soltanto con quello che hanno sempre mangiato fin da bambini. «Certo, se dovessi fare tutti questi giorni una simile colazione, prenderei 5 chili alla settimana»: non mancano commenti di questo tipo. Eppure, se si sta in riga tutti i giorni, qualche bel cornetto al burro si può pure concederselo. È quasi liberatorio.
Lasciateci mangiare.

di Tommaso Farina

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La federazione bulgara per il sollevamento pesi ha annunciato oggi di aver pagato una sanzione di 250.000 dollari (214.000 euro) per sollevare un divieto di doping sul suo team in competizione a livello internazionale. Il divieto è stato imposto dalla International Weightlifting Federation (IWF) a metà 2015 dopo che l'intero team bulgaro di undici atleti è risultato positivo allo stanozololo, uno steroide anabolizzante che stimola l'aumento del tessuto muscolare.

 

La federazione bulgara ha detto al momento che non era a conoscenza del fatto che la sostanza a lungo vietata faceva parte di un additivo alimentare usato dai suoi atleti per il recupero. Ha anche lanciato una battaglia legale presso la Corte di arbitrato per lo sport (CAS) di Losanna, nel tentativo di rovesciare il divieto delle Olimpiadi di Rio 2016 e abbassare la multa di 500.000 dollari inizialmente imposta dall'IWF.

 

La liquidazione della sanzione permette alla Bulgaria di inviare 21 atleti ai Campionati europei di sollevamento pesi giovanili a Milano, in Italia, dal 22 al 28 luglio, ha detto la federazione, aggiungendo che la multa è stata pagata grazie a contratti di sponsorizzazione e donazioni.

 

La Bulgaria è stata una potenza mondiale nel sollevamento pesi sin dai tempi dei comunisti, ma lo sport in tutto il mondo è stato anche famoso per i suoi scandali di doping. Il paese ha tirato fuori tutta la sua squadra dalle Olimpiadi di Seoul del 1988 ed è stato espulso dai Giochi di Sydney del 2000 dopo che i vincitori della medaglia avevano fallito i test antidoping.

 

La Bulgaria ha anche visto tutti i suoi atleti banditi prima delle Olimpiadi di Pechino del 2008, che l'hanno anche costretta a ritirarsi.

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Le origini del pane, uno dei prodotti alimentari più consumati nel mondo, sono avvolte nel mistero. La teoria più accreditata vuole che l'attività sia andata di pari passo con l'inizio dell'agricoltura, quando alcune comunità di uomini, divenuti stanziali, hanno iniziato la coltivazione dei cereali. Era stata fatta l'ipotesi che anche i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico abbiano utilizzato i cereali selvatici, poi domesticati per l'uso agricolo, per ricavare farine e produrre prodotti simili al pane. Non si erano però mai trovate prove a sostegno di questa ipotesi.

ANTICHE BRICIOLE. Nel sito di Shubayqa 1, nella regione nord-orientale della Giordania, alcuni resti carbonizzati trovati in un focolare si sono rivelati, alle analisi, proprio briciole di impasto di pane. Questi antichissimi frammenti hanno consentito a un gruppo di ricercatori dell'Università di Copenaghen, di Cambridge e dello University College di Londra, di ricostruire la complessa catena produttiva apparentemente messa in piedi da questi fornai preistorici.

Il sito giordano ha riportato alla luce tracce tra le più antiche della cultura natufiana: queste comunità costruivano piccoli villaggi, utilizzati come campi-base dove gli abitanti, che si dedicano alla caccia e alla raccolta muovendosi sul territorio, tornavano periodicamente. Nel sito, il cui scavo è iniziato negli anni Novanta, sono presenti due edifici sovrapposti, di età diverse, datati da circa 14.000 a circa 11.000 anni fa. In quello inferiore, il più antico, oltre a numerosi strumenti di pietra per macinare, è venuto alla luce un focolare il cui contenuto, sepolto, è rimasto intatto dopo l'ultimo utilizzo.

Che ruolo aveva questo pane nella dieta di queste comunità preistoriche? Era un cibo abituale sulla tavola o una rara concessione? Molto difficile dirlo. Il fatto che i resti di pane siano stati trovati nei due focolari appena prima che il sito fosse abbandonato, suggerisce che gli antichi abitanti potrebbero averlo preparato come scorta di cibo in vista della partenza. Ma è anche possibile che il pane di quei tempi fosse un prodotto per le occasioni speciali, data la lunga e complessa procedura per realizzarlo, dallo sgranare i cereali al macinarli, fino all'impastarlo e cuocerlo. Potrebbe anche essere, ipotizzano i ricercatori, che proprio la volontà di fabbricare più facilmente questa nutriente "delizia" sia stata una delle molle che ha spinto alla domesticazione e alla coltivazione dei cereali. Se fosse così, allora l'agricoltura sarebbe nata per avere sempre a disposizione il pane.                                                                                                                                                                       Fonte:focus.it

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