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Nessuno di noi avrà modo di poter vedere quel che succederà, e forse è buona cosa. Secondo una ricerca realizzata da astrofisici della Durham University (Regno Unito), la Grande Nube di Magellano  si scontrerà con la Via Lattea tra circa due miliardi di anni e dalla collisione  il nostro sistema solare potrebbe essere catapultato al di fuori della nostra galassia, la Via Lattea. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Monthly Notices della Royal Astronomical Society

Sembra che la Grande Nube di Magellano sia arrivata in prossimità della nostra galassia circa un miliardo e mezzo di anni fa e attualmente si trova a circa 163.000 anni luce da noi. E’ una delle diverse galassie satelliti che orbitano attorno alla nostra e, fino poco tempo fa, si pensava che dovesse addirittura sfuggire dalla sua posizione, in quanto ruota attorno alla Via Lattea ad una velocità molto elevata. Recentemente nuove ricerche hanno modificato questa visione. Si è scoperto infatti, che la galassia di Magellano possiede una quantità di materia oscuraquasi il doppio rispetto a quanto si ipotizzava in precedenza. (La materia oscura è materia di cui si conosce l’esistenza, in quanto agisce attirando la materia che conosciamo, ma non sappiamo di cosa è costituita).

Se le cose stanno in tal modo la Grande Nube di Magellano avrebbe una massa molto più grande di quel che si pensava e allora la velocità con la quale ruota attorno alla nostra galassia non solo non le permetterà di sfuggire, ma la farà precipitare verso di noi, in quanto molto “pesante”.

Lo scontro, stando alla ricostruzione fatta dagli astronomi, potrebbe attivare il buco nero che si trova al centro della nostra galassia, la cui massa è paragonabile a 4 milioni di volte la massa del nostro Sole, il quale inizierebbe a catturare il gas circostante e ad aumentare le sue dimensioni tanto da potere decuplicare l’attuale diametro. In tal caso la nostra galassia diverrebbe quella che gli astronomi chiamano “Galassia da nucleo galattico attivo” e risplenderà molto di più rispetto ai nostri giorni. Il caos che si verrà a creare con questo scontro sarà tale che le parti più esterne della nostra galassia, là dove risiede il nostro sistema solare, subiranno delle forti perturbazioni, da qui la possibilità che alcune stelle con i loro pianeti, come il nostro sistema solare, vengano letteralmente sparate nello spazio esternorispetto alla Via Lattea.

La collisione tra la Grande Nube di Magellano e la Via Lattea potrebbe essere spettacolare. Spiega Carlos Frenk, tra gli autori della ricerca: “Se si esclude una fine disastrosa per il nostro sistema solare, i nostri discendenti, se saranno ancora presenti, avranno un gran regalo: una spettacolare esibizione di fuochi d’artificio cosmici mentre il buco nero supermassiccio appena risvegliato al centro della nostra galassia reagirà emettendo getti di radiazioni di energia estremamente luminose”.

Lo scontro tra galassie non è un fenomeno eccezionale in quanto sono numerose quelle osservate dagli astronomi nell’Universo di oggi e del passato. Alcune piccole galassie si sono già scontrate con la nostra e questo lo si deduce analizzando il movimento di alcune stelle, il quale si mostra caotico rispetto a quello delle stelle che hanno sempre fatto parte della Via Lattea stessa. Se la grande nube di Magellano si scontrerà con la nostra non sarà comunque l’ultimo evento in quanto è noto da tempo che la Via Lattea si scontrerà con quella di Andromeda tra circa tre miliardi di anni.                                                                                                  Fonte: Business Insider Italia

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La tendenza a rimandare a domani ciò che potremmo fare oggi è insita nel nostro cervello. Dipende dalle dimensioni dell’amigdala, l’area in cui risiedono le nostre emozioni. Lo dimostra un interessante studio tedesco di neuroscienze

La tendenza a procrastinare, ossia a rimandare al domani gli impegni e le attività che potremmo svolgere nell’immediato dipende dal nostro cervello.

Lo ha dimostrato uno studio tedesco di neuroscienze che ha analizzato le dimensioni dell’amigdala, l’area del cervello in cui risiedono le nostre emozioni. Sono le sue dimensioni a influenzare la nostra tendenza a rimandare.

L’amigdala è considerata la parte del nostro cervello che si occupa della memoria a lungo termine e delle capacità di muoverci nello spazio. Ci aiuta a valutare efficacemente le situazioni mettendoci in guardia su eventuali conseguenze negative. Il team di ricerca dell’Università del Ruhr a Bochum, in Germania, ha esaminato i cervelli di 264 persone, ricorrendo alla risonanza magnetica (RM). Ha confrontato poi le dimensioni di varie regioni del cervello e le connessioni esistenti tra di esse. I partecipanti, inoltre, sono stati sottoposti a dei test concernenti la loro abilità di controllare le proprie azioni. I partecipanti erano tutti studenti universitari che non avevano mai sofferto di disturbi neurologici.

I ricercatori tramite questo studio approfondito hanno scoperto che le persone con uno scarso controllo delle proprie azioni e la tendenza a rimandare hanno un’amigdala di dimensioni elevate rispetto alla norma. Le persone portate a svolgere subito gli impegni sono generalmente meno influenzate dalle possibili conseguenze delle loro azioni, poiché hanno una maggiore resistenza ai fattori che generano stress. Sono anche più abili a portare avanti fino alla fine quel che decidono di fare e a dargli la priorità su ogni possibile alternativa.

Lo studio ha inoltre evidenziato che gli uomini sono meno propensi a iniziare a svolgere subito un compito. Le donne. al contrario, faticano di più a interrompere un’attività che reputano difficile o di scarso interesse. In generale, chi è meno interessato a perseguire un obiettivo o un risultato, tende a passare da un impegno all’altro, rendendo difficile riuscire a completarne uno in maniera efficace. Interessanti studi successivi potranno stabilire se sarà possibile intervenire nel modificare la tendenza a procrastinare tramite un allenamento mirato o una stimolazione cerebrale.

fonte:il giornale.it

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  • Circa 250 milioni di anni fa, l’estinzione di massa del Permiano-Triassico, nota anche come “Great Dying” (Grande Moria) ha ucciso la maggior parte degli animali marini e terrestri.
  • Gli scienziati hanno supposto varie cause per la catastrofe, dai microbi che emettevano metano alle eruzioni vulcaniche che avrebbero reso acidi gli oceani.
  • In un nuovo studio, un gruppo di ricercatori ha detto che la causa principale dell’estinzione è stata il cambiamento climatico, che ha portato alla perdita di ossigeno negli oceani.
  • Gli autori dello studio hanno messo in guardia sul fatto che la Terra è diretta verso un’altra devastante estinzione di massa.

Circa 252 milioni di anni fa, la grande maggioranza delle specie terrestri è stata uccisa nel corso del “Great Dying” (Grande Morìa), la peggiore estinzione di massa della storia del nostro pianeta.

Fino al 96% di tutte le specie marine e il 70% degli animali terrestri sono stati sterminati nell’evento, addirittura più micidiale dell’estinzione dei dinosauri. Una ricerca pubblicata nel marzo 2014 supponeva che l’estinzione fosse avvenuta in un lasso di 60.000 anni, un periodo davvero breve nel grande schema della storia terrestre.

Gli scienziati hanno proposto numerose ipotesi per la causa dell’evento che hasegnato la fine del periodo Permiano. Uno studio ha detto che il Great Dying, noto anche come l’estinzione del periodo Permiano-Triassico (P-Tr), è avvenuta dopo che un tipo di microbo aveva emesso grandi quantità di metano nell’atmosfera terrestre. Altre ricerche suggerivano che l’evento fosse stato provocato da una serie di eruzioni vulcaniche che avevano mandato nell’aria una quantità mortale di anidride carbonica, mentre un terzo studio diceva che le eruzioni avevano condotto a una catastrofica acidificazionedegli oceani.

C’è anche chi pensa che, come quella dei dinosauri, anche l’estinzione del Permiano sia stata innescata dalla caduta do un asteroide, di cui è stato localizzato il cratere.

Un nuovo studio di ricerca pubblicato su Science afferma però che il Great Dying è stato causato principalmente da un rapido aumento delle temperature. I ricercatori sono giunti alla conclusione dopo avere esaminato reperti fossili marini e usatosimulazioni climatiche per ricreare gli effetti dell’aumento delle temperature avvenuto 252 milioni di anni fa.

Nel corso dell’estinzione del periodo Permiamo-Triassico, i vulcani della Siberia hanno liberato nell’atmosfera così tanta anidride carbonica che la temperatura terrestre è aumentata di circa 10 gradi Celsius. Oceani più caldi hanno significavano una maggiore quantità di ossigeno necessaria per la sopravvivenza degli animali, ma il calore aveva anche fatto esaurire l’ossigeno nell’acqua. Questa perdita di ossigeno dovuta alle alte temperature, hanno detto gli scienziati, è stata la causa principale del Great Dying.

Secondo gli scienziati è sul punto di ripetersi un’altra estinzione di massa legata all’aumento delle temperature degli oceani.

Entro il 2100, la Terra potrebbe vedere livelli di temperatura superiori di 3 gradi Celsius rispetto ai livelli pre-industriali. Il coautore dello studio Curtis Deutsch, professore della University of Washington, ha detto a The Atlantic che da quel livello, 10 gradi non sarebbero poi “tanto lontani”.

“Questo studio dimostra che anche noi ci stiamo dirigendo verso l’estinzione, e la domanda è quanto in là ci spingeremo”, ha detto a The Atlantic l’autore principale Justin Penn, un dottorando alla University of Washington.

Le piante dell’oceano producono fino all’85% dell’ossigeno dell’aria che respiriamo, ma il volume dell’acqua degli oceani depauperato di ossigeno è quadruplicato nel corso degli ultimi 50 anni. Questi studi sostengono che gli oceani stanno perdendo ossigeno fondamentalmente a causa dell’attività dell’uomo.

Secondo molti studi, la Terra sarebbe già avviata verso una sesta estinzione di massa che ucciderebbe la maggior parte degli animali e la maggior parte delle specie vegetali. La International Union for the Conservation of Nature prevede che il 99,9% delle specie gravemente in pericolo e il 67% di quelle in pericolo saranno estinte entro i prossimi 100 anni.

In uno studio pubblicato ad ottobre nella rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, alcuni ricercatori danesi hanno scritto che nei prossimi 50 anni si estingueranno così tante specie mammifere che la diversità evoluzionistica della Terra non si ristabilirà per almeno 3 milioni di anni.

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