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                                                                                                                         SHUTTERSTOCK

Perché nell'ombelico di (quasi!) tutti noi si formano quelle antipatiche "palline" di lana? La spiegazione di uno scienziato che le ha studiate proprio da vicino...

Il batuffolo che spesso alberga nell’ombelico (soprattutto degli uomini) è composto dalle fibre dei vestiti che indossiamo, dai peli addominali, da polvere, cellule morte dell’epidermide, grasso e sudore.

A questa conclusione è arrivato Georg Steinhauser, ricercatore dell’Università della Tecnologia di Vienna. Analizzando per tre anni 503 campioni di lanugine prodotta dal proprio ombelico, il chimico austriaco ha anche scoperto che è prodotta dallo sfregamento dei peli dell’addome contro gli indumenti.

GUIDATI DAI PELI. A guidare le fibre verso l’ombelico, dove finiscono per  depositarsi, sono gli stessi peli, che spesso crescono in cerchi concentrici. Inoltre, il ricercatore ha pesato i campioni, stabilendo che il peso medio dei batuffoli (almeno dei suoi) è di 1,82 milligrammi.

Nel Guinness dei Primati è finito invece il bibliotecario australiano Graham Barker: collezionando la propria lanugine per 26 anni ha accumulato infatti ben 22,1 grammi di materiale.

Fonte:focus.it

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Le origini del pane, uno dei prodotti alimentari più consumati nel mondo, sono avvolte nel mistero. La teoria più accreditata vuole che l'attività sia andata di pari passo con l'inizio dell'agricoltura, quando alcune comunità di uomini, divenuti stanziali, hanno iniziato la coltivazione dei cereali. Era stata fatta l'ipotesi che anche i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico abbiano utilizzato i cereali selvatici, poi domesticati per l'uso agricolo, per ricavare farine e produrre prodotti simili al pane. Non si erano però mai trovate prove a sostegno di questa ipotesi.

ANTICHE BRICIOLE. Nel sito di Shubayqa 1, nella regione nord-orientale della Giordania, alcuni resti carbonizzati trovati in un focolare si sono rivelati, alle analisi, proprio briciole di impasto di pane. Questi antichissimi frammenti hanno consentito a un gruppo di ricercatori dell'Università di Copenaghen, di Cambridge e dello University College di Londra, di ricostruire la complessa catena produttiva apparentemente messa in piedi da questi fornai preistorici.

Il sito giordano ha riportato alla luce tracce tra le più antiche della cultura natufiana: queste comunità costruivano piccoli villaggi, utilizzati come campi-base dove gli abitanti, che si dedicano alla caccia e alla raccolta muovendosi sul territorio, tornavano periodicamente. Nel sito, il cui scavo è iniziato negli anni Novanta, sono presenti due edifici sovrapposti, di età diverse, datati da circa 14.000 a circa 11.000 anni fa. In quello inferiore, il più antico, oltre a numerosi strumenti di pietra per macinare, è venuto alla luce un focolare il cui contenuto, sepolto, è rimasto intatto dopo l'ultimo utilizzo.

Che ruolo aveva questo pane nella dieta di queste comunità preistoriche? Era un cibo abituale sulla tavola o una rara concessione? Molto difficile dirlo. Il fatto che i resti di pane siano stati trovati nei due focolari appena prima che il sito fosse abbandonato, suggerisce che gli antichi abitanti potrebbero averlo preparato come scorta di cibo in vista della partenza. Ma è anche possibile che il pane di quei tempi fosse un prodotto per le occasioni speciali, data la lunga e complessa procedura per realizzarlo, dallo sgranare i cereali al macinarli, fino all'impastarlo e cuocerlo. Potrebbe anche essere, ipotizzano i ricercatori, che proprio la volontà di fabbricare più facilmente questa nutriente "delizia" sia stata una delle molle che ha spinto alla domesticazione e alla coltivazione dei cereali. Se fosse così, allora l'agricoltura sarebbe nata per avere sempre a disposizione il pane.                                                                                                                                                                       Fonte:focus.it

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L'intelligenza è un insieme complesso di abilità cognitive favorite da diversi fattori: una buona "spinta" genetica, la salute prenatale, l'istruzione ricevuta, l'educazione, l'ambiente in cui si cresce, le interazioni sociali. Ma se è vero che circa il 40% delle differenze tra QI è riconducibile a fattori ereditari, scoprire quali siano esattamente i geni coinvolti si è rivelato finora un'impresa.

I PRO E I CONTRO. Ora uno studio pubblicato su Nature Genetics, basato su 14 database riguardanti oltre 250 mila individui, ha identificato 939 nuovi geni associati all'intelligenza - misurata attraverso una serie di test per sondare le abilità linguistiche, logiche e matematiche. Oltre ad aggiungere un malloppo consistente di geni alle poche decine identificate finora, la ricerca coordinata da Danielle Posthuma della Vrije University di Amsterdam ha riscontrato alcune importanti associazioni tra una predisposizione al ragionamento brillante e certe caratteristiche che riguardano la salute.

Molte delle varianti associate a una maggiore intelligenza sono state trovate negli individui più longevi e non affetti da Alzheimer, schizofrenia o deficit da iperattività - segno che questi geni potrebbero avere un ruolo protettivo contro queste condizioni. Gli stessi geni sembrerebbero tuttavia connessi anche a un maggiore rischio diautismo.

LE DUE STRADE DELL'ANSIA. Un secondo studio dello stesso gruppo di lavoro, pubblicato sempre su Nature Genetics, ha utilizzato gli stessi metodi statistici per identificare, a partire da un database su DNA e salute di 449.400 persone, oltre 500 geni che sembrano predisporre ad ansia e depressione.

Lo studio, il più esteso mai effettuato sulla genetica di questo tratto di personalità - che gli psicologi chiamano neuroticism (nevroticismo) - suggerisce che chi ha la tendenza a preoccuparsi lo faccia tendenzialmente in due modi, legati a due diverse predisposizioni genetiche. Le persone che si preoccupano molto del giudizio altrui e che sono più tendenzialmente ansiose hanno ereditato geni diversi da chi è più tendenzialmente depresso e soggetto a sbalzi di umore.

QUESTIONE DI SFUMATURE. Nessuno dei due studi implica che sia possibile dedurre i tratti di personalità di ciascuno a partire dal suo DNA: anche un gruppo di centinaia di geni avrebbe infatti un effetto "reale" ridotto. «Attualmente non possiamo ricavare predizioni attendibili per il singolo individuo - spiega Posthuma - possiamo solo dire che chi ha un particolare profilo genetico corre, per esempio, un rischio aumentato del 10% di nevroticismo».

I ricercatori hanno anche lavorato per tentare di risalire al tipo di cellule in cui questi geni sono espressi. Molti di quelli connessi all'intelligenza per esempio sono espressi da un particolare sottotipo di neuroni dei gangli della base, nuclei cerebrali profondi coinvolti nell'apprendimento, nella regolazione delle emozioni e dell'attenzione. Identificare il tipo di cellule interessato porterà a sviluppare soluzioni farmaceutiche mirate per le condizioni patologiche che questi geni potrebbero favorire.

Fonte:focus.it

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