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Regola numero uno: se un integratore costa troppo poco, dubitate della sua efficacia. Regola numero due: se un integratore investe troppo nel marketing, domandatevi quando spende nella ricerca e nello sviluppo del prodotto. Potrebbe non essere così efficacecome sembra. Regola numero tre: se iniziate a prendere un integratore fatelo con costanza, perché il corpo si deve abituare.

“Negli anni Ottanta e Novanta c’erano molte pubblicità di chi prometteva dimagrimenti miracolosi o fisici gonfi di muscoli grazie agli integratori. Non mi ha mai attratto questo mercato. Invece, sono sempre stato incuriosito dal potenziale benefico degli elementi naturali sulla nostra salute e dall’integrare la propria vita con le cose giuste per stare meglio”. La Labomar di Walter Bertin nasce 20 anni fa proprio per rispondere alle esigenze – ma anche alla voglia di scoprire – del fondatore: farmacista da generazioni, nel 1998, l’imprenditore ha messo in piedi un’azienda che oggi fattura 43 milioni di euro occupandosi di ricerca, sviluppo e produzione di integratori alimentari, dispositivi medici, alimenti a fini medici speciali e cosmetici per conto terzi.

Walter Bertin

“Devo essere onesto, senza l’aiuto dei miei integratori probabilmente non sarei riuscito a riprendermi così velcomente dopo la maratona di New York” racconta ancora entusiasta della corsa nella Grande Mela: “Mi sono allenato per quasi un anno e ho fatto più di 1000 km di giorno e di notte, ma non so se sarei riuscito ad arrivare fino alla fine dei 42 km da percorrere senza “For Sport”. E’ un brevetto di Labomar, è un’acqua ionizzata che accellera l’assorbimento di principi attivi ed è perfetto per chi fa sport di resistenza. Al momento lo vendo solo nella mia farmacia, ma in futuro potrei cederlo anche ad altri”.

Regola numero quattro viene di conseguenza: se l’integratore non viene usato con costanza, si invalida tutta l’attivazione del prodotto.

“Sono entrato nella farmacia di famiglia nel 1982. Da allora ho sempre cercato di curare le persone. Una missione che mi ha spinto ad aprire il laboratorio. Da allora Labomar lavora per creare, sviluppare e realizzare prodotti ad alto valore aggiunto nel campo della nutraceutica, con una particolare vocazione all’innovazione”. D’altra parte il 5% dei ricavi è storicamente destinato alla ricerca e lo Sviluppo 

Anche per questo la regola numero cinque è chiara: il posto più idoneo dove comprare gli integratori sono le farmacie dove si trovano professionisti preparati per ascoltare e capire il problema di un paziente e fornirgli tutte le spiegazioni di cui necessita. La vendita viene e deve venire solo successivamente.

Flickr/B Rosen

“Bisogna sapere con certezza cosa si assume. E’ evidente che non tutti possano conoscere principi attivi e ingredienti, per questo il ruolo del farmacista è fondamentale. E’ lui a dover fare una selezione dei prodotti da suggerire ai pazienti. Per esempio – prosegue il fondatore di Labomar – ci sono alcuni integratori a base di erbe che se usati con il corretto dosaggio sono semplicemente spettacolari”. Motivo per cui la regola numero sei dice: evitare l’acquisto di prodotti online – a meno che non sia già conosciuti e sperimentati -, porta a porta o in palestra, ma “affidatevi sempre a uno specialista. Gli integratori funzionano, ma – lo dice la parola stessa – si devono integrare ad un corretto stile di vita”.

fonte:business insider Italia 

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Nonostante la globalizzazione, la tecnologia e i progressi nei trasporti, ci sono ancora luoghi nel mondo che non possono essere visitati.

Mentre siamo impegnati nella conquista dello spazio, e alcuni intravedono la possibilità di colonizzare Marte, il fatto è che alcune aree del nostro pianeta restano ancora praticamente sconosciute o addirittura dimenticate dall’uomo.

Altri luoghi ospitano basi militari, dati di spionaggio o addirittura raccolgono prove di presunte attività paranormali e pertanto rimangono vietati al pubblico.

Qualunque sia la ragione, in questa lista raccogliamo 10 luoghi affascinanti e incredibili che è assolutamente vietato visitare.

Room 39 – Corea del Nord

Off limits e segreta. Questo è il luogo noto come Room 39, nel cuore della Corea del Nord.

Citando la giornalista Kelly Olsen, Room 39 “è una delle organizzazioni più segrete nello stato più riservato del mondo“, la cui missione è fornire liquidità estera al leader del paese.

E’ stata creata sul finire degli anni ’70 e si dice che Room 39 si trovi all’interno del palazzo del Partito dei Lavoratori a Pyongyang, prendendo il suo nome, secondo alcune fonti, dall’ufficio che il partito occupò nell’edificio nelle sue fasi iniziali. E pochi e selezionati sono quelli che sono riusciti ad entrarvi.

Anche se non ci sono molti dati ufficiali, a causa della segretezza delle sue attività, si ritiene che la potente entità riesca a raccogliere fondi attraverso società commerciali, sia legittime che illegali, con attività che vanno dalla contraffazione alla vendita di oro, droga o armi. Il denaro ottenuto sembra finanziare sia il programma nucleare della Corea del Nord sia i lussi dei leader politici e militari del paese.

Si ritiene che questa rete di aziende presenti in varie parti del mondo sia stata in grado di versare fino a 2.000 milioni di dollari all’anno alla Corea del Nord. Tra le sue attività più note, si stima che Room 39 potrebbe essere dietro le sofisticate falsificazioni di banconote da $ 100 emesse nell’arco di decenni. Gli Stati Uniti credono che il paese asiatico avrebbe guadagnato 25 milioni di dollari all’anno grazie a questa attività.

Il caveau del Museo della Coca-Cola – Atlanta, Stati Uniti d’America

Non c’è dubbio che “uno dei segreti meglio custoditi del mondo” sia quello della ricetta per la Coca-Cola (ma è proprio così?). La bevanda analcolica più famosa della storia viene prodotta con una formula segreta conservata in un grande deposito di sicurezza.

La storia della ricetta della Coca-Cola è piena di leggende al riguardo. Ed è che da quando è stata creata nel 1886 da John Pemberton ad Atlanta questa formula è stata monitorata da vicino e pochi sono stati quelli che sono riusciti a conoscerla.

Secondo la sua storia, la bevanda e la società sono state acquisite nel 1919 da un gruppo di investitori capeggiati da Ernest Woodruff, che misero per la prima volta la formula su carta nello stesso anno. Dal 1920, la ricetta è stata rilevata da una banca di New York e nel 1925 è stata trasferita alla Trust Company Bank di Atlanta, dove è stata messa sotto chiave.

Nel 2011 l’azienda ha deciso di spostare la famosa ricetta al Museo della Coca-Cola di Atlanta, che rende omaggio a questa bevanda. Ma anche se molti turisti visitano le strutture ogni anno, poche ed esclusive sono le persone che possono passare attraverso le porte del caveau.

L’azienda non ha mai rivelato chi o quante sono le persone che conoscono la formula della Coca-Cola, ma tra le storie che si raccontano, si dice che non sono autorizzate a viaggiare insieme per evitare incidenti.

Queimada Grande o Isola dei serpenti – Brasile

Situata a circa 100 chilometri al largo della costa di São Paulo, questa isola potrebbe sembrare un luogo esotico in cui perdersi, ma la verità è che da decenni il posto rimane disabitato e popolato da serpenti letali.

Si stima che tra uno e cinque serpenti per metro quadrato abitino l’isola. E se questo non bastasse, va detto che i serpenti che vivono qui sono tra i più velenosi del mondo.

Uno di essi è conosciuto come vipera lancia d’oro (Bothrops insularis), può raggiungere una lunghezza di più di mezzo metro, ed è dotato di un forte veleno ad azione rapida che fa fondere la carne intorno alle loro punture.

Pertanto, entrare in questo territorio esotico è così pericoloso che il governo brasiliano vieta espressamente di sbarcare sull’isola.Per decenni disabitata, si dice che tra il 1909 e il 1920 alcune persone vivessero lì come responsabili della costruzione e del funzionamento del faro.

Per quanto riguarda come siano arrivati lì tutti questi serpenti, alcune teorie attribuiscono l’inizio di questa piaga ai pirati che hanno portato sull’isola gli animali mortali per proteggere il loro oro.

Ma sembra che nulla sia più lontano alla verità. Secondo la ricerca scientifica, questo piccolo territorio era attaccato al resto del continente 11.000 anni fa, così sembra che i serpenti sull’isola sarebbero eredi di quelli che sono stati rimasti isolati, una volta separati questa terra.

Una volta “intrappolati” sull’isola, i serpenti sono potuti diventare più forti non avendo predatori a livello del suolo che divorassero i loro piccoli.

Attualmente, solo la Marina brasiliana e alcune squadre per indagini scientifiche possono accedere all’isola pericolosa.

The North Sentinel Island – India

The North Sentinel Island appartiene all’arcipelago delle Andamane nell’Oceano Indiano, amministrato ufficialmente dal governo indiano.

Mentre le altre isole sono grandi e conosciute, con una superficie di soli 72 chilometri quadrati North Sentinel, piena di mangrovie e circondata da un anello di corallo, rimane praticamente sconosciuta agli esseri umani.Ma sebbene questo faccia pensare un rifugio paradisiaco, niente è più lontano dalla realtà. La sua geografia la colloca come uno dei luoghi più isolati della Terra, ma è abitata da una delle tribù più pericolose del mondo.

Conosciuti come sentinelesi e considerati uno degli ultimi popoli selvaggi rimasti, i nativi di quest’isola non hanno subìto praticamente alcuna influenza del mondo moderno. E tutto indica che continueranno così, poiché l’accesso a quest’isola, per ragioni di sicurezza, è totalmente proibito.

In generale gli incontri con questa popolazione sono stati molto radi e in gran parte promossi dagli antropologi interessati a studiare queste persone o imbarcazioni che hanno raggiunto i lidi come risultato di incidenti, naufragi. Inoltre, secondo i dati storici tracciati, fino al XIX secolo, le isole che compongono questo arcipelago non sono state visitate.

Ma la ferocia dei suoi abitanti è stata già testimoniata da Marco Polo, il quale nel 1296 parlò di loro nei suoi scritti come “una razza brutale e selvaggia, con teste, occhi e denti come i cani. Sono molto crudeli, uccidono e mangiano tutti gli stranieri a cui possono mettere le mani addosso”.

Dopo aver appreso, grazie ad una registrazione che erano sopravvissuti allo tsunami asiatico del 2004, i Sentinelesi sono tornati a mostrare la loro violenza nel 2006, uccidendo due pescatori la cui imbarcazione era arrivata lì trascinata dalla corrente sulle loro rive.

Attualmente una zona di restrizione di 3 miglia circonda tutta l’isola per impedire ai visitatori di accedere al territorio, e d’accordo con Survival, una ong per i diritti dei popoli indigeni e tribali, il governo indiano ha abbandonato qualsiasi piano di contatto con i sentinelesi.

Forte Bhangarh – India

Tra Jaipur e Alwar nello stato di Rajasthan in India, c’è Bhangarh (Devanagari), le rovine di quello che fu un regno glorioso. Templi e baniani e soprattutto il palazzo fanno parte del suo fascino.

Ma sebbene il posto sia descritto come bello e pacifico, la sua fama oggi è sicuramente dovuta a qualcos’altro. Famoso per la registrazione di un’alta attività di eventi paranormali, il Forte di Bhangarh è classificato come il posto più infestato in India.

Il forte, costruito dal sovrano di Kachwaha Ambra, Raja Bhagwant Singh, per il suo figlio più giovane Madho Singh nel 1573 è andato gradualmente spopolandosi fino a quando nel 1783 una forte carestia ha costretto gli abitanti del villaggio che ancora stavano lì a lasciare il territorio. Le leggende del luogo sostengono che la ragione di questa caduta in rovina sia perché il forte è maledetto.

Legalmente riconosciuto come “luogo stregato”, anche se abbandonato esistono restrizioni per l’accesso. È necessario un permesso governativo per poter sorpassare le sue porte durante la notte. Così lo ricorda un poster dello Studio di dell’India (Asi) che avverte: “L’entrata nei confini del Bhangarh prima dell’alba e dopo il tramonto è severamente proibita.”

Anche se si suppone che il motivo sia dovuto alla presenza di animali selvatici come tigri notturne, e alla mancanza di illuminazione artificiale nella zona, questo avviso non fa altro che alimentare l’immagine di luogo infestato e ostile.

North Brother Island – New York, Stati Uniti

New York riceve milioni di turisti ogni anno disposti a viaggiare in ogni angolo della città. Tutti gli angoli tranne uno. A meno di 1 km da Manhattan, una piccola isola disabitata da decenni ha l’accesso vietato alle persone.

Descritta dalla University of Pennsylvania come un “prezioso paesaggio storico e una fragile riserva dal notevole valore ecologico” North Brother Island, è stata abbandonata più di 55 anni fa ed è oggi amministrata dal Dipartimento Parks & Recreation della città come rifugio di uccelli. L’agenzia mantiene vietato l’accesso a qualsiasi persona senza previa autorizzazione, poiché tutti i suoi edifici sono in uno stato di deterioramento che potrebbe essere pericoloso

L’isola ha una superficie di oltre 89.000 metri quadrati e si trova tra la costa industriale del South Bronx e il centro correzionale dell’isola di Rikers sull’East River. All’interno, la natura divora le strutture abbandonate e le rovine di quello che un tempo era un ospedale di quarantena della città.

Rivendicata per la prima volta nel 1614, la storia di North Brother è strettamente legata alla morte e alle malattie. Negli anni 1880 e fino al 1940, il luogo ospitava persone che dovevano essere messe in quarantena per aver contratto malattie altamente contagiose. Tutti quelli che morirono furono tenuti nell’obitorio dell’isola. A partire dal 1951, le sue strutture servivano come centro di riabilitazione per tossicodipendenti.

Nel 1963 l’isola fu abbandonata, diventando proprietà della città, che fino ad oggi sta ancora decidendo come iniziare il recupero di queste terre per consentire l’accesso al pubblico.

L’isola Diego Garcia nell’Oceano Indiano – Regno Unito

L’atollo Diego Garcia si trova nell’arcipelago Chagos nell’Oceano Indiano e appartiene ai territori d’oltremare britannici.

Con una superficie di circa 44 chilometri, il territorio è pieno di fitte giungle e spiagge di sabbia bianca, con un clima tropicale che potrebbe deliziare più di un turista. Ma ancora una volta l’accesso a questo isolotto è fortemente limitato al pubblico.

Situata strategicamente tra l’Africa orientale, il Medio Oriente e il Sud-est asiatico, Diego Garcia rappresenta una risorsa eccezionale per l’esercito marittimo statunitense, che ha un’importante base militare. Si dice anche che in questa zona potrebbero essere localizzate alcune delle più importanti prigioni galleggianti della Cia.

L’isola è stata scoperta – secondo alcune versioni-  dallo spagnolo Diego García de Moguer, per conto del Portogallo, nel 1544. Per via del trattato di Parigi nel 1814, il territorio sarebbe diventato il dominio britannico.

Durante la Guerra Fredda, il Regno Unito decise di affittare l’atollo agli Stati Uniti per 50 anni estendibili. Ma l’isola non era disabitata, per cui il governo britannico ha condotto l’espulsione di circa 2.000 nativi dell’isola tra il 1968 e il 1973, che sono stati forzatamente inviati alle Mauritius, Seychelles e altri territori britannici.

Da allora, gli isolani hanno chiesto senza successo il diritto di tornare alle loro case.Nonostante questo, il governo britannico ha rifiutato di accettare la richiesta fino ad ora. L’affitto di Diego García è scaduto nel 2016, ma il Regno Unito ha prorogato il contratto per altri 20 anni.

Attualmente è stimato che tra 3.000 e 5.000 militari e civili vivono a Diego García.

White’s – Londra, Gran Bretagna

Anche se può sembrare incredibile, ci sono ancora alcuni posti nel mondo a cui alle donne è proibito l’accesso. Di tutti questi, i più noti sono forse i club di soli uomini, molto popolari nella cultura britannica.

Ma non solo le donne, The White’s Club è così esclusivo che pochi sono quelli che sono riusciti a intrufolarsi dentro e sapere cosa succede lì.

Fondato nel 1693 e situato al numero 37 di St. Jame’s Street, a Piccadilly, i suoi membri comprendono leader politici, alti funzionari bancari e persino eredi della corona britannica.

La restrizione per le donne è tale che solo la regina Elisabetta è riuscita a varcare, per due brevi visite, le sue porte. In linea con questo, nel 2013 David Cameron, ha lasciato volontariamente il ristretto club affermando che un ente che non dà accesso alle donne “non si adattava con la sua visione del conservatorismo moderno”.

Conosciuto come il più elitario e antico club per gentiluomini di Londra, i suoi membri sono ora ridotti a 500 membri e si dice che il suo bar non abbia mai chiuso da 200 anni.

Surtsey Island – Islanda

Patrimonio dell’umanità dal 2008, l’isola di Surtsey in Islanda ha avuto origine solo 55 anni fa. Ciò ha permesso agli scienziati di osservare da zero la nascita e l’evoluzione di un ecosistema. Ma questo evento affascinante è precisamente ciò che rende il suo accesso limitato al resto del mondo.

Tutto iniziò nel 1963, quando una violenta eruzione vulcanica a circa 32 chilometri a sud dell’Islanda portò alla formazione di questo territorio, uno dei più giovani del pianeta. A causa dell’erosione dell’acqua e del vento l’isola è in calo in termini di dimensioni, da allora, e la ricerca ha stimato che secondo l’attuale tasso di erosione Surtsey potrebbe essere al livello del mare nel 2100.

Situata nel punto più meridionale del Paese, batteri, funghi e muffe furono i primi colonidi questa nuova terra. Successivamente il numero di specie animali e vegetali è aumentato esponenzialmente. Attualmente si stima che circa 89 specie di uccelli e 335 di invertebrati popolano l’area.

Per non alterare questo sviluppo, solo i ricercatori possono visitare l’isola.

Museo delle spie – Nanjing, Cina

Nel 2009 la Cina ha aperto le porte del Museo dello spionaggio.

Situato nella città di Nanjing (Nanchino), la collezione esposta nel Jiangsu National Security Education è un viaggio attraverso la storia dello spionaggio e dei servizi segreti fin dai primi giorni del partito fino alla fine degli anni ’20

Ma sebbene scoprire armi camuffate in oggetti comuni, telecamere spia o intercettazioni segrete potrebbe farla sembrare una visita interessante, il museo non è completamente aperto al pubblico.

Agli stranieri è vietato l’accesso al museo cinese. Né sembra molto facile ottenere una foto ricordo, perché per i cittadini che possono entrarvi è assolutamente vietato fare fotografie.

fonte: business insider Italia 

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Spesso, quando pensiamo alla vita aliena la nostra immaginazione ci porta agli “omini verdi”.  Forse però dovremmo cambiare modo di vedere le cose in quanto potrebbe avere un colore ben diverso: essere viola. A questa conclusione si può giungere dopo aver letto uno studio pubblicato su International Journal of Astrobiology dal microbiologo Shiladitya DasSarma della University of Maryland School of Medicine, il quale sostiene che la vita primordiale sulla Terra potrebbe avere avuto una tonalità color lavanda e che su altri pianeti potrebbe aver prosperato. Egli infatti, sostiene che prima che le piante verdi iniziassero a diffondersi, minuscoli organismi viola le precedettero sulla superficie terrestre. Per questo motivo non è da escludere che su altri pianeti questi tipi di esseri viventi si sono diffusi e abbiano colonizzato interi mondi alieni, senza farsi sopraffare da piante verdi.

Per capire perché DasSarma ipotizza ciò, va ricordato che l’ipotesi che la Terra fosse viola non è nuova, ma risale al 2007. L’idea partiva da questo concetto: le piante e le alghe fotosintetiche usano la clorofilla per assorbire la luce del Sole, ma non assorbono la luce verde e la riflettono. E questo è abbastanza strano perché la luce verde è ricca di energia.

E’ per questo che si ipotizza che prima dell’arrivo delle piante verdi ne esistessero altre che utilizzavano proprio questa lunghezza d’onda per produrre energia per il proprio organismo. Quegli organismi avrebbero potuto utilizzare l’energia solare con una molecola chiamata “retina”.  I pigmenti retinici infatti assorbono molto meglio la luce verde rispetto ad altre lunghezze d’onda. E’ vero che non sono molto efficienti nel catturare l’energia solare come la clorofilla, ma sono organismi molto più semplici. Ed è per questo che si ipotizza che si siano evoluti prima delle piante.

La raccolta di luce retinica comunque è ancora oggi diffusa tra batteri e organismi unicellulari chiamati Archea. Organismi viola infatti, sono presenti in diverse parti del nostro pianeta, dalle valli secche dell’Antartide fino a diverse aree degli oceani.

Va ricordato che i pigmenti retinici poi si trovano anche nel sistema visivo di animali piuttosto complessi. Indipendentemente dal fatto che la prima vita sulla terra fosse viola è evidente che questo tipo di organismi potrebbero comunque essersi adattati su mondi lontani e produrre energia attraverso questa strada. E se la vita aliena sta usando i pigmenti retinici per catturare l’energia, gli astrobiologi la potrebbero trovare analizzando particolari lunghezze d’onda provenienti dai mondi extrasolari.

“La clorofilla – afferma Edward Schwieterman del Nasa Astrobiology Intitute e dell’University of California, Riverside, secondo autore della ricerca – assorbe principalmente la luce rossa e blu, mentre riflette quella verde. Al contrario gli organismi che utilizzano i pigmenti retinici riflettono la luce rossa e blu e se organismi di questo genere fossero presenti in e densità sufficienti su un pianeta extrasolare le loro proprietà farebbero sì che la luce riflessa abbia questo tipo di caratteristica, che potrebbe aiutare gli astrobiologi  a verificare la presenza o meno di vita.                                                           Fonte:businessinsider.it

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  • La Terra si sta scaldando a una velocità tale che molti esperti concordano sul fatto che dovremo estrarre anidride carbonica dall’atmosfera per evitare le peggiori conseguenze del cambiamento climatico.
  • Un nuovo rapporto da parte delle National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine espone una gamma di opzioni a proposito.
  • Ma gli autori dicono che lo sviluppo di queste tecnologie a emissioni negative richiede investimenti su larga scala da parte governativa: e il finanziamento dovrebbe essere immediato.

Gli uragani mortali sembrano sempre più frequenti, 12 dei 15 maggiori incendi boschivi nella storia della California sono avvenuti negli ultimi vent’anni, e città come Città del Capo in Sudafrica stanno affrontando gravi carenze idriche, pioggia e vento a 200 kmh hanno messo in ginocchio l’Italia, dal Trentino alla Sicilia.

Non è una coincidenza.

Questo genere di eventi climatici pericolosi è da collegarsi alle emissioni di anidride carbonica. Da quando esistiamo, l’atmosfera non ha mai contenuto così tanta CO2.Bruciare carburanti fossili per produrre energia, disboscare foreste ed eliminare le zone umide: tutto ciò contribuisce al problema.

La CO2 impedisce al calore di lasciare il pianeta, motivo per cui la temperatura media della Terra è di un grado Celsius superiore a quanto era non molti anni fa. E stiamo per sperimentare così tanto riscaldamento nel corso dei prossimi decenni da poter generare ripercussioni apocalittiche.

Secondo un recente rapporto pubblicato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), un altro aumento di temperatura di solo mezzo grado — che dovrebbe avvenire entro il 2040 — porterà gravi siccitàuragani ancora più intensi e la morte della maggior parte della barriere coralline. Questi cambiamenti potrebbero innescare immense migrazioni di popoli ed estinzioni di massa di animali.

Ci sono due modi di affrontare questo problema.

  1. Il primo è realizzare grandi cambiamenti nel modo in cui alimentiamo le nostre vite e produciamo cibo per smettere di emettere gas serra nell’atmosfera. 
  2. Il secondo è aspirare anidride carbonica dall’aria per immagazzinarla da qualche parte o trasformarla in nuovi prodotti o carburante.

Un nuovo ed esaustivo rapporto analizza il secondo approccio.

Lo studio, scritto da scienziati delle National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine (NAS), suggerisce un piano per sviluppare cosiddette “tecnologie a emissione negativa” (un termine che indica modi per rimuovere la CO2 dall’atmosfera) e evidenzia opzioni che hanno essenzialmente capacità illimitate di ridurre i livelli di carbonio nell’atmosfera, ma che non sono ancora ufficialmente disponibili.

Fare ricerca per sviluppare queste tecnologie richiede investimenti sostanziali da parte dei governi — e gli autori del rapporto dicono che i soldi dovrebbero iniziare ad arrivare presto, altrimenti a breve potremmo affrontare pericolose criticità climatiche.

Come catturare e immagazzinare anidride carbonica

Inquinamento atmosferico a Shengfang, Cina. Reuters

Secondo il recente rapporto della Ipcc e molti altri modelli sul nostro clima futuro, tagliare le emissioni di CO2 nel corso dei prossimi pochi decenni non sarà abbastanza efficace per interrompere del tutto il cambiamento climatico, dato che gli effetti sono già percepibili.

“Non è una questione di ‘Forse abbiamo bisogno di tecnologie di emissione negativa o forse possiamo evitare che più CO2 entri nell’aria”, ha detto a Business Insider Erin Burns, una consulente esperta di politica presso il gruppo di ricerca Third Way. “Siamo al punto in cui abbiamo bisogno di tutte queste cose”.

Ecco perché le Nas hanno analizzato in profondità le tecnologie a emissione negativa.

La maggior parte degli sforzi di riduzione puntano a diminuire il ritmo con cui le persone aggiungono carbonio proveniente dalle riserve di combustibile fossile nell’atmosfera. Ci siamo concentrati sull’opposto – tecnologie che estraggono carbonio dall’aria e la reimmettono negli ecosistemi e nel suolo“, ha detto in una dichiarazione Stephen Pacala, un professore della Princeton University e presidente del comitato che ha redatto il rapporto.

Gli autori hanno preso in considerazione una varietà di strategie. Nella descrizione di Kate Gordon, ricercatrice presso il Center on Global Energy Policy della Columbia University, gli approcci variano “dal piantare letteralmente alberi e porre in atto pratiche agricole che contribuiscono a mantenere il carbonio nel suolo, fino a soluzioni tecnologiche ingegnerizzate che estraggono effettivamente carbonio dall’atmosfera tramite dei macchinari“.

All’estremo più semplice dello spettro ci sono opzioni come il riforestamento di aree che sono state tagliate e l’impiego di pratiche agricole di sod-seeding che mantengono più carbonio nel suolo. Ci sono poi modi di bruciare materiale biologico (che intrappola carbonio mentre cresce) per creare energia ecatturare la CO2 emessa prima che entri nell’aria.

Ma, secondo il nuovo rapporto — finanziato da US Department of Energy, Epa, Noaa e dall’Us Geological Survey, oltre che da molte fondazioni — questi approcci richiedono molta più ricerca per essere sviluppati, e questi metodi non riusciranno mai a catturare abbastanza anidride carbonica per evitare che la temperatura della Terra aumenti di un altro grado.

Gli autori hanno scritto: “Saranno necessarie innovazioni nelle ricerche, al momento incerte, prima che queste Net (negative emissions technologies) riescano a fornire anche una minima parte della soluzione”.

Un’opzione più promettente, hanno detto, è quella di investire in tecnologie che essenzialmente filtrino le molecole di CO2 dall’aria che ci circonda. Queste tecnologie sono già in fasi primitive di sviluppo, ma includono generalmente materiali che attirano e si legano naturalmente al carbonio.

“È come prosciugare una vasca da bagno — come alzare il tappo e fare uscire un po’ di acqua. Non è poi così sofisticato o pazzesco”, ha detto Gordon a Business Insider.

Il carbonio viene poi concentrato e conservato, magari iniettandolo nei pori di rocce nelle estreme profondità terrestri, che è essenzialmente il luogo da cui proviene. Non c’è limite alla quantità di CO2 che può essere catturata e immagazzinata da queste potenziali tecnologie.

Secondo gli autori, questo tipo di intervento ci serve subito.

“Ci dobbiamo impegnare a tale scopo oggi, perché sappiamo da tutti i modelli in atto che la domanda non è se, ma quando“, ha detto Gordon.

Come con ogni nuova tecnologia, ricerca e sviluppo richiedono fondi

Per dare a queste nuove tecnologie di aspirazione del carbonio la spinta di cui hanno bisogno per diventare presto realtà, i ricercatori dicono che gli Usa devono iniziare a investire ora in ricerca e sviluppo.

Facendo così, si contribuirebbe a migliorare le soluzioni più semplici di cattura del carbonio già esistenti e a realizzare progressi sulle quelle più avanzate che alla fine potrebbero rappresentare il maggiore impatto.

Il rapporto elenca anche progetti di ricerca potenziali con il loro costi stimati.

“Ci sono quantità di soldi che sono inferiori a quanto abbiamo speso su molte tecnologie davvero molto importanti”, ha detto Burns.

Un crescente interesse verso queste tecnologie si sta manifestando anche nel settore privato — una società chiamata Climeworks sta sviluppando metodi per estrarre CO2 dall’aria, e recentemente l’acceleratore di startup Y Combinator ha annunciato che sta cercando di sostenere startup che si concentrano sulle tecnologie a emissione negativa.

Ma Burns ha detto che il sostegno del governo sarà fondamentale, come lo è stato per l’energia solare (che è nata come una tecnologia della Nasa) e per l’energia nucleare.

Sul tetto di un impianto di incenerimento dei rifiuti a Hinwil, in Svizzera, è visibile un impianto realizzato da Climeworks AG per catturare CO2 dall’aria. E Wiegmann / Reuters

Gli esperti ritengono che sarebbero soldi ben spesi 

Oltre ad aiutare a stabilizzare il clima e a prevenire futuri disastri, il rapporto dice che investire in queste tecnologie aiuterebbe economicamente gli Usa, dato che in futuro la necessità di catturare il carbonio sarà ancora maggiore. Le prime nazioni e le prime imprese a sviluppare tecnologie scalabili ed efficienti in termini di costi per filtrare la CO2 ne beneficeranno quando crescerà la richiesta per questa proprietà intellettuale.

È lì che i mercati stanno andando. Questo è il nuovo insieme di tecnologie a cui le persone iniziano a prestare attenzione, e dobbiamo mantenere la nostra posizione competitiva nell’innovazione”, ha detto Gordon, riferendosi al ruolo guida statunitense nel settore della tecnologia pulita. “Altrimenti le compreremo da qualcun altro, dato che qualcuno le realizzerà”.

Per questo, Burns ha detto che sta assistendo a un maggior sostengo da parte del Congresso al finanziamento di ricerca e sviluppo verso queste tecnologie rispetto ad altre soluzioni legate al cambiamento climatico. Ci sono anche altri motivi per questo interesse bipartisan: nel lungo periodo, le tecnologie di cattura del carbonio potrebbero anche aiutare le aziende di combustibili fossili, e finanziare ricerca dona ai politici un modo per compiere progressi nelle questioni climatiche senza imporre nuovi tributi o chiedere alle persone di cambiare immediatamente il proprio stile di vita.

“Una delle cose buone della cattura, rimozione e uso del carbonio, è che si possono apprezzare veramente queste tecnologie e vedere le opportunità insite in loro anche se non si è interessati al cambiamento climatico”, ha detto.

Fonte: business insider Italia 

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Già conosciamo il modo in cui i rifiuti di plasticaprovocano un colossale inquinamento marino, minacciando la vita e l’habitat di molti animali e vegetali.

Sappiamo anche come la luce solare schermata in questo modo possa far sbiancare i coralli e distruggere intere barriere, e come perfino tracce di farmaci dispersi in acqua possono alterare l’equilibrio ormonale di diversi animali marini.

L’uomo ha la colpa di una gran parte dei danni subiti dal mondo sottomarino ma, come se non bastasse,  sembra che siamo anche la causa di un altro problema degli oceani, secondo uno studio pubblicato su Earth and Planetary Science Letters.

Il riscaldamento globale non è il solo problema causato dalle emissioni di CO2 in eccesso

In una ricerca condotta dagli scienziati alla University of Cardiff in Galles si è rilevato come i livelli di biossido di carbonio saranno presto alti come quattordici milioni di anni fa, quando la temperatura media sulla terra era di tre gradi più alta. A causa del riscaldamento globale, nel 2100 il pH si sarà drammaticamente abbassato.

L’acidificazione degli oceani accade quando il pH dell’acqua si abbassa, grazie all’assorbimento di CO2 dall’atmosfera. Un terzo delle emissioni di CO2 è causato dalla combustione dei carburanti fossili, in corso dall’inizio della rivoluzione industriale: da allora, 525 miliardi di tonnellate di CO2 sono stati liberati negli oceani.

Fumo da una ciminiera ad Altay, nella regione autonoma uigura dello Xinjiang – Thomson Reuters

Il pH degli oceani arriverà ben presto ai livelli di quattordici milioni di anni fa

Gli scienziati hanno esaminato il valore del pH dell’acqua e il suo contenuto in CO2 nei passati ventidue milioni di anni.

“Il nuovo dato geologico sull’acidificazione degli oceani che abbiamo raccolto ci mostra che sulla nostra attuale traiettoria di emissioni “business as usual”, le condizioni oceaniche saranno diverse da come gli ecosistemi marini le hanno vissute negli ultimi quattordici milioni di anni,” ha affermato Sindia Sosdian, principale autrice dello studio, in una dichiarazione.

È basso in modo allarmante anche l’attuale valore del pH: “L’attuale pH è probabilmente già più basso che in qualsiasi momento degli ultimi due milioni di anni,” ha detto Carrie Lear, co-autrice dello studio. Ha aggiunto: “Capire esattamente cosa ciò vorrà dire per gli ecosistemi marini richiede studi in laboratorio e sul campo a lungo termine, così come rilevi supplementari sui dati fossili.”

Il catastrofico danno alla vita acquatica non può più essere evitato

Anche se gli scienziati devono ancora condurre ulteriori esperimenti per stabilire le precise ramificazioni che questo cambiamento provocherà nelle prossime decadi, una cosa è chiara.

Se continuiamo come abbiamo fatto finora, l’eccessiva acidificazione non cancellerà soltanto tutte le barriere coralline esistenti e future; causerà danni catastrofici a molti ecosistemi, nei quali molti animali fanno affidamento per la loro alimentazione sui vegetali subacquei in essi contenuti.

Fonte:businessinsider.it

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